A mente fredda
7 Giugno Giu 2012 1629 07 giugno 2012

L'Italia nei ranking universitari: più ancora del sistema accademico, falliscono le sue riforme

Da poche ore, si può dire, è stata pubblicata l'annuale classifica di qualità degli atenei internazionali nota come Times Higher Education World University Ranking. Come sappiamo, è uno dei tanti ranking di settore, costruiti su criteri tra loro in parte diversi, e per certi versi assai poco compatibili con i sistemi dell'Europa continentale (valga su tutti l'esempio della voce relativa agli stipendi dei docenti come indice di eccellenza, adeguata solo laddove c'è la possibilità di diversificare le paghe, senza un trattamento economico statale standard a farla da padrone). I criteri, e le possibili critiche ad essi, si possono comunque trovare facilmente ai link legati alle classifiche, visto che la discussione su metodi e risultati è ampia e animata a livello internazionale. Il fatto che mi incuriosisce però è un altro: due anni fa, a commento dello stesso ranking, avevo pubblicato uno dei miei primi interventi per Precariementi, cercando di offrire una valutazione più complessa della difficile situazione italiana in queste classifiche. In particolare mi ero soffermato sulla serie storica dei nostri risultati, mettendo in evidenza come assai più della funzionalità di un sistema (comunque problematico) a fallire sembravano soprattutto gli interventi di riforma recenti. Da quel 2010 molta acqua è passata sotto i ponti, le mie idee sulla storia del nostro reclutamento si sono fatte più complesse e raffinate e non posso più sottoscrivere del tutto le mie considerazioni più superficiali di allora, altri interventi sono stati messi in opera da due diversi governi, eppure il trend negativo non accenna a ridursi. Credo quindi che possa essere utile riproporre i miei commenti di allora, tenendo conto, naturalmente, che stavo parlando nel settembre di due anni fa, e che quindi ragionavo sui dati allora disponibili. Secondo me, è interessante, tanto quanto preoccupante, vedere che i concetti di base di quel discorso reggono sostanzialmente ancora oggi, pur con tutte le specificazioni che ho fatto in questa breve introduzione.

Pochi giorni fa, come ogni anno, è stato pubblicato il Times Higher Education World University Ranking, che classifica i primi duecento atenei del mondo. Nessuno di questi è italiano. Poco meglio ci è andata con il ranking OCSE, che nei primi duecento posti piazza Bologna e la Sapienza di Roma, mentre nei primi 500 posti inserisce 15 nostri atenei; due anni fa, nel 2008, erano sette in più.

Non ho né la competenza né la voglia di discutere i criteri di valutazione, come fa qualcuno che spesso con cattiva coscienza afferma che non è possibile “misurare” la qualità di una istituzione scientifica, essenzialmente perché non vuole che qualcuno metta il naso nel suo impegno effettivo per scoprirne le pecche. Immagino che queste rilevazioni non siano fatte dai primi venuti, e che quindi seguano dei protocolli abbastanza consolidati e non facilmente attaccabili da me. Rimango però stupito da come l’accettazione di questi dati possa essere utilizzata per sostenere posizioni tra loro contrapposte: da un lato, c’è chi dà la colpa ai tagli governativi per un calo della qualità complessiva della nostra istruzione superiore; dall’altro, proprio il ministero lamenta che i risultati siano per il nostro paese poco lusinghieri e quindi trova in essi una giustificazione per il lavoro di continua ri- e de-strutturazione della nostra vita universitaria. Che la prima opinione sia sostenibile mi pare evidente, perché si basa su un arretramento relativo della qualità dei nostri atenei che la successione delle classifiche mostra chiaramente. L’università italiana peggiora le sue capacità di produrre e diffondere conoscenza: il mancato rinnovo dei contratti precari si traduce in ricerca che non si fa, mentre un discreto numero di contratti a tempo indeterminato mantiene al lavoro persone che non si mostrano in grado di dare quanto ricevono; nell’incertezza strutturale non si può elaborare una strategia didattico-formativa efficace proprio in un momento in cui il passaggio universitario si sta trasformando in una “alfabetizzazione di secondo livello”, ecc. Ma se questo peggioramento partisse da una situazione di inefficienza pregressa del sistema, allora anche il governo avrebbe le sue ragioni, e le criticità attuali potrebbero essere viste come un “collo di bottiglia” doloroso, ma necessario per rottamare un modello accademico non più adeguato e sostituirlo con un altro.

Il punto quindi è, nel 2007-08 l’università pre-Gelmini, una università già in sofferenza indubbia, stava messa così male sul piano comparativo? Ne era convinto il noto Roberto Perotti, autore allora di un instant book destinato ad avere una circolazione intensa e breve, insomma a vivere la fortuna esattamente opposta a quella che dovrebbe incontrare un serio lavoro di ricerca. Ne siamo così sicuri? Riprendiamo un attimo i dati del 2008 su cui lavorava Perotti, ma facciamoci alcune domande su come sono espressi i valori in campo. In primo luogo: le università nel mondo quante sono? Noi sappiamo di vedere una porzione di classifica, ma quanto si avvicina al fondo? Se io vedo un elenco delle prime quattro squadre della Serie A, non so valutare il valore della quarta finché non mi dicono che le squadre sono 20. Ora, facendo una stima puramente operativa, si può dire che nel mondo ci siano oltre cinquemila sedi universitarie i cui titoli sono riconosciuti dall’autorità statale di appartenenza. Questo significherebbe che il “top 500” è un “top 10%” degli atenei mondiali: essere cinquecentesimi, insomma, rende molto più simili ad Harvard e a Cambridge che non alle università di “mezza classifica”, fa entrare in una élite istituzionale. E nel 2008 tra queste 500 università di altissimo livello mondiale gli atenei italiani erano 22. L’Italia si trovava al settimo posto del mondo per numero di università piazzate nel gruppo, in armonia con il suo ruolo nelle relazioni istituzionali e sociali del pianeta, con la diffusione della sua lingua e con il numero dei suoi abitanti, e appena dietro la Francia che anche allora spendeva per l’istruzione superiore molto più di noi.


Ancora più anti-intuitivo può apparire il sostanziale funzionamento (sistemico; sulle procedure ne possiamo discutere e magari ne discuteremo) del sistema di reclutamento. Infatti, se i nomi italiani sono rari nella prima metà della classifica a questo “top 10%” appartengono diverse università molto popolate, al punto che oltre il 35% degli studenti di istituti superiori in lingua italiana ha il privilegio (un po’ più raro e molto meglio pagato negli USA) di studiare in atenei di eccellenza mondiale. Quindi è sostanzialmente conseguito l’obiettivo del reclutamento italiano, che era quello di conseguire un livello medio piuttosto elevato della docenza e di evitare che tra le diverse sedi si istituisse uno squilibrio eccessivo, al fine di garantire a tutti i cittadini, a parità di spesa, un servizio simile.

Insomma, i dati possono portare a conclusioni completamente contrarie a quelle che si leggono sui giornali: all’università non si raccomanda più che nel resto del paese; i “raccomandati” dei “baroni” sono generalmente persone abbastanza in gamba da meritarsi pienamente il posto che ricevono dal concorso; i casi di nepotismo e familismo ci saranno pure, ma sarebbero episodi facilmente arginabili con l’intervento della magistratura; l’università italiana si mostra più competitiva e più apprezzata, a livello internazionale, di quanto lo siano i nostri imprenditori, la nostra classe politica e la nostra pubblica amministrazione; le sacche di inefficienza, che tutti sappiamo esistere, non sono maggioritarie, e potrebbero essere facilmente azzerate da una campagna di licenziamenti mirata; non solo i precari che ora si stanno mettendo alla porta hanno tenuto più che degnamente in piedi la baracca, ma anche la maggioranza dei “baroni” di cui sopra sono persone che guidano tutto sommato bene la nave, e lo fanno per uno stipendio che io ho il diritto di invidiare, ma che rappresenta pochi punti percentuali della liquidazione che qualche anno fa Paolo Cantarella si è preso per aver lasciato la FIAT ben oltre l’orlo del fallimento.

Riflettere su questo servirebbe al governo, per smettere di incaponirsi a riformare ciò che, con le risorse adeguate, non funzionerebbe poi così male, e per concentrarsi su quello che effettivamente ha bisogno di interventi; e servirebbe anche a noi, per scegliere meglio i nostri obiettivi polemici.

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