Vademecum
8 Giugno Giu 2012 0841 08 giugno 2012

Dei diritti e dei doveri

Quando da piccola pensavo al mondo degli adulti, lo immaginavo più semplice, più lineare. Vedevo mio papà che usciva la mattina e tornava la sera e sentivo parlare di concorsi e di precarietà da parte di mia mamma, ma non avevo ancora capito fosse un qualcosa di cui mi sarei dovuta preoccupare in futuro. Ai miei occhi la faccenda era semplice: si trova un lavoro, lo si sceglie tra i tanti che ti vengono offerti e si riceve un compenso per svolgerlo. Non sapevo che parole come contratti atipici, articolo 18, precari, pensione, diritti, doveri, sarebbero diventati parte integrante del mio diventare adulta. Non avevo neanche capito che un giorno avrei identificato e differenziato le professioni dei miei genitori in base al fatto che l’uno lavorasse nel settore privato e l’altra in quello pubblico. Per me non c’era grande differenza, continuavano ad uscire la mattina e a tornare a casa la sera. Ecco, forse iniziavo a notare una variante nell’orario di ritorno serale: più tardo per il primo che per la seconda, ma ancora non mi sembrava un grosso indizio.

Poi il mondo del lavoro ha aperto le sue porte - oddio porte, spioncini - anche alla me ormai grande e quei concetti appena accennati sono diventati parte del mio mondo. Ho conosciuto dall’interno il lavoro sia nel settore pubblico che quello nel privato e ho iniziato anche a ragionare sul fatto che qui, come in altri campi, i concetti di diritto e di dovere siano percepiti in modi e accezioni molto diverse, a seconda delle abitudini di vita consolidate. Non ne farei una questione di stato sociale, istruzione, provenienza, credo proprio che molto dipenda dalla banale abitudine. Rinunciare ad un diritto di cui si è goduto per lungo tempo è difficile, prevede una grossa dose di astrazione. Sì, perché si fa fatica ad immaginare un modo di porsi nei confronti della società differente da quello a cui siamo stati abituati. È dunque anche proprio uno sforzo di fantasia quello che si chiede quando si spiega, a chi ritiene consolidato un diritto di cui ha goduto per anni, che dovrà rinunciarvi, almeno in parte, almeno nel modo in cui l’ha vissuto finora. Credo ci si senta violati, vittime e come tale in pieno diritto, anzi quasi dovere, di ribellarci. Forse che il significato ultimo di progresso sia quello di collezionare quanti più diritti possibili? Ma quando si arriverà alla saturazione? Esiste un confine oltre il quale lo Stato di Diritto diventa Stato di Pretesa? Qual è il confine per cui posso dire che un qualcosa mi spetta di diritto e un qualcos’altro me lo dovrò giustamente guadagnare facendo il mio dovere?

Più o meno in questi termini ragionavo, perché, da precaria qual sono del mercato del lavoro, di diritti ne ho ben pochi, ma, di molti, non sento neanche la necessità, figuriamoci il bisogno. Sarà forse perché non li ho mai avuti, perché quello che ad alcuni sembra un irrinunciabile beneficio, a me pare una vezzosa pretesa. Come convincere però chi su tali diritti ha sempre potuto contare, a rivederli al ribasso, in nome di un patto generazionale? Anche perché molti obietteranno che quei diritti se li sono guadagnati, che ora li hanno, è vero, ma prima svolgevano un doppio lavoro per mantenere se stessi e famiglia e adesso, se i loro figli non ne possono più beneficiare, ebbene saranno loro ad aiutarli e sostenerli. Cosa si vuole di più allora? La famiglia però non dovrebbe sostituirsi alla Stato e al mercato del lavoro, i giovani di oggi non dovrebbero cercare un’autonomia dai genitori con i soldi e l’aiuto dei genitori stessi, perché così la loro autonomia non sarà mai economica, perché così non si affrancheranno mai del tutto. E allora cosa si chiede alle generazioni precedenti? Si chiede di fare un passo indietro rispetto a quello che hanno guadagnato, si chiede di guardare all’oggi con una prospettiva più ampia del: ce l’ho e me lo tengo e non vedo perché dovrei rinunciarvi. Si chiede, ad esempio, di provare a vedere con gli occhi di un neo-lavoratore, perché una norma come quella dell’articolo 18 appaia ormai superata, fossile, inutile. Perché, secondo la mia sensibilità, quella norma sembri affermare che un impiegato non debba avere il dovere di svolgere il proprio lavoro, ma gli sia rimasto solo il diritto di tenerselo in ogni caso, indipendentemente da come lo svolge e addirittura dal se e quando lo svolge. Si chiede di cercare di capire perché non provo indignazione, anzi sollievo, davanti all’affermazione del Ministro del Lavoro di voler equiparare le condizioni di licenziamento tra pubblico e privato. Si chiede di capire perché io, che posso essere lasciata a casa dall’oggi al domani, voglio che i miei datori di lavoro abbiano il diritto di licenziarmi, non che possano semplicemente non rinnovarmi. Potrebbe sembrare una minuzia, ma fa tutta la differenza del mondo.

Sarebbe riduttivo e ingiusto, però, sostenere che chi oggi può vantare quei diritti, non vi rinunci per egoismo o menefreghismo, perché fino a quando si percepisce qualcosa come proprio diritto diventa quasi violento e incomprensibile farne a meno. Dovrebbe dunque essere compito anche nostro quello di cercare di spiegare il motivo per cui, nella realtà di molti giovani, la percezione di quelle stesse prerogative difese con forza da alcuni, vengano sopportate da altri quasi con fatica, con fastidio, con crescente stizza, perché le si vive come disparità tra chi li ha e non vuole lasciarli e chi non li ha, ma soprattutto non li vorrebbe. È difficile perché rischiamo di apparire come una generazione rassegnata, senza ideali, che non lotta per qualcosa che altri, prima, percepivano come diritto. I giovani oggi non credono più a nulla, lasciano che tutto venga loro negato. Ecco, vorrei chiedere ancora una cosa alle generazioni precedenti e questo però lo chiedo con fastidio reale. Non tacciate qualcuno di ignavia perché non rivendica quello che volete voi, non pensate che se non mi indigno per i vostri stessi motivi, sia perché ho deciso di vivere a testa bassa e schiena curva; provate invece ad ampliare il pensiero e capire che le mie battaglie saranno giocoforza diverse dalle vostre, ma non per questo meno sentite. Se il diritto dipende anche dalla percezione e questa dall’esperienza personale, la mia non potrà mai essere uguale a quella di qualcun altro, figuriamoci di qualcuno che mi ha preceduto. Se i sindacati vedono invecchiare sempre più l’anagrafica dei propri iscritti non diano la colpa al giovane disinteressato e superficiale, piuttosto si interroghino sul perché le istanze che portano avanti sembrino ormai un concentrato superato e stantio di richieste assurde e anacronistiche, di piedi battuti a terra e di no aprioristici e senza una logica ad ampio spettro. Ed è un vero peccato perché il sindacato dovrebbe essere un pilastro per i lavoratori.

Salinger ha detto: “prima di tutto quando incominci a prendertela con le cose e con la gente, invece che con te stesso, sei fuori strada”. Credo che potrebbe essere un buono spunto di partenza intergenerazionale.

Silvia Pittatore

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