Lo scrittore rampante
8 Giugno Giu 2012 1428 08 giugno 2012

Eroi, uomini, ominicchi e quaquaraqua. Personaggi che funzionano e altri che è meglio uccidere subito

Sono il motore delle storie che vogliamo raccontare. Sono l’alter ego di noi autori oppure il nostro rovescio. Sono il gancio che gettiamo al lettore perché si aggrappi alla narrazione. Signore e signori, ecco a voi i personaggi.

Popolano romanzi e racconti ma non sempre sono costruiti a tre dimensioni. Quante volte (anche in titoli pubblicati e di successo) ci siamo imbattuti in figure congelate, meccaniche che si muovono come zombie dentro scenari meravigliosi ma con i quali non interagiscono affatto? Troppo stereotipati. Il manager ambizioso, la casalinga disperata, l'impiegato frustrato, il bimbo ribelle: si tratta di "tipi", non di personaggi. Tratti specifici e individuali, ecco cosa ci serve per delinearli meglio. Dettagli che non siano stati ancora usati da nessun altro scrittore. Nella nostra vita, del resto, le persone non sono mai piatte e conformi a un modello standard. Perché eliminare questa varietà nella letteratura?

Altre volte i personaggi sono privi di moventi, desideri, progetti. Sono soddisfatti della loro condizione. Ergo hanno sbagliato residenza e meritano uno sfratto immediato dal romanzo in cui si sono intrufolati per sbaglio.

Sull’idea che il protagonista di una storia (romanzo, racconto o film poco importa) compia un vero e proprio “viaggio” verso la realizzazione del suo desiderio Christopher Vogler ha scritto un saggio fondamentale per chiunque voglia costruire trame un minimo sensate (Il viaggio dell'eroe, Dino Audino Editore). Per raggiungere un certo scopo, l’eroe deve abbandonare il mondo normale (che può essere anche la sua quotidianità) per avventurarsi in un regno “altro”; lì si imbatterà in forze favolose e riporterà una vittoria decisiva; per poi fare ritorno nel posto da cui era partito, ma cambiato e con il suo desiderio appagato.

Perché un personaggio funzioni, però non basta che si metta in marcia come Frodo verso il Monte Fato. Vale l’altra regola aurea dello “show, don't tell”. Un personaggio ansioso devo vederlo nel pieno di un attacco d'ansia. Non è sufficiente attaccargli in faccia un cartellino con la scritta “ ansioso". Sono le sue azioni a dirmi chi è e cosa pensa. Insieme alle sue scelte, alle sue parole, alla sua gestualità, le sue convinzioni personali. Altri dettagli li potrò ricavare poi dal contesto sociale in cui è immerso. Un ottimo esempio di personaggio mostrato in azione ce lo offre Guy de Maupassant in Bel Amy:
Quando la cassiera gli ebbe dato il resto dei cinque franchi, Georges Duroy uscì dal ristorante. Siccome aveva un bel portamento, sia per natura, sia per posa di ex sottufficiale, si impettì, si arricciò i baffi con un gesto militaresco abituale, e girò su quelli che stavano a tavola uno sguardo rapido e circolare, uno di quegli sguardi da bel giovane, che si stendono intorno come una rete nell'acqua.
Maupassant avrebbe potuto dire semplicemente: “Era un po' vanitoso“. Per fortuna non lo ha fatto.

Insomma, quanto più forte sarà il desiderio che spinge il personaggio a mettersi in viaggio, quanto più lo vedremo muoversi, parlare, fare errori, elaborare progetti, affrontare sfide tanto più noi lettori tenderemo a identificarci con lui, a parteggiare per lui.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook