Èvviva
8 Giugno Giu 2012 1915 08 giugno 2012

Nasce Penelope. E siamo un Noi.

Ho desiderato un figlio con tutte le mie forze.
Ho pianto quando non arrivava, da sola, in bagno, quando le striscette mi dicevano che no, neanche stavolta. Ho pianto quando il ginecologo mi ha detto che doveva operarmi perché c’era qualcosa che non andava. Poi ho smesso di piangere e ho cominciato a crogiolarmi nell’idea di una nuova possibilità, che forse sì, che ce la potevamo fare. E quando le striscette mi hanno detto “ehi, ce l’hai fatta, sarai mamma!” ho pianto di nuovo, pensando che finalmente la mia creatura aveva capito che doveva venire da me. Però poi se n’è andata, così com’era venuta, e tutti a dirmi che la natura è grande, che dopo il tuo corpo sarà più forte, che succederà di nuovo. Però intanto quella creatura io l’ho persa, e fanculo a tutti ma il dolore resta.
Ma poi.
Poi è arrivata lei, piccola e nuda nel mio pancione. E io a farmi siringhe perché stesse bene, perché non mi lasciasse anche lei, io che le analisi non le voglio fare perché l’ago no.
Nove mesi di meraviglia, di sorprese, di pancia e tette, di pasta e cioccolato. Eppure c’era qualcosa che stonava, un pensiero infido e latente che ogni tanto intravedevo e ricacciavo giù. Per nove mesi ho fatto finta che non ci fossero pensieri altri se non quelli meravigliosi.
Per farla nascere, la mia Penelope, mi hanno aperta come un’ostrica. Niente di naturale, piuttosto tre tizi che mi aprivano e mi richiudevano per raccogliere una perla. Ha strillato subito, con quella bocca a cuore, con una potenza che lèvati. E me l’hanno fatta odorare, e quando mi ha toccato ha smesso di piangere e io ho pensato che era bella, e che io ero in trappola.
La mia depressione post partum è cominciata lì, quando mi sono resa conto che non c’ero più io, ma noi, inevitabilmente noi. L’ho capito subito che ero depressa, che quel pensiero nascosto era lì, adesso, davanti ai miei occhi.
Quando vuoi un figlio lo desideri con la pancia e con il cuore. Quando nasce interviene la testa, e il problema è tutto lì. Perché con mia figlia in braccio ho capito di aver perso la mia indipendenza, la mia autonomia. Ho capito che avrei dovuto essere tollerante, paziente, giusta, equilibrata, io che queste cose non lo sono mai stata. Ho capito che avrei dovuto superare quei limiti entro i quali stavo così comoda da 37 anni.
Ecco, quei limiti ho dovuto superarli per forza, e adesso niente, niente al mondo mi rende più felice di sapere che la mia vita è indissolubilmente legata a Penelope, che la mia vita è Penelope, che grazie a lei sono diventata una persona migliore. Perché adesso sono una imperfetta, impaziente e meravigliosa madre. E mi basta un bacio sulla bocca della mia polpetta per essere la felicità. Noi.

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