Trenta denari
8 Giugno Giu 2012 1957 08 giugno 2012

Se è Ligresti a mettere in crisi gli inciuci bancari e a dare una mano al mercato

Siamo al paradosso dei paradossi. Dopo averne visti di tutti i colori, i piccoli azionisti di Fondiaria Sai rischiano di dovere dire grazie ai Ligresti.

La “famigghia” ha fatto fino all’altro ieri quel che voleva di una compagnia assicurativa, Fondiaria Sai. Ha goduto della protezione dei manager di Mediobanca e delle altre banche finanziatrici (2-2,5 miliardi di debiti). Quando i soldi sono finiti e FonSai si è schiantata, la famigghia ha negoziato un accordo per andarsene: prima l’Opa da 150 milioni di Unipol su Premafin, poi messa da parte, quindi il diritto di recesso e la manleva da eventuali cause. La famigghia ha seguito i consigli di Mediobanca, a sua volta interessata a mantenere sotto la sua pervasiva tutela  l’industria assicurativa italiana (paghiamo le polizze auto più care d’Europa).

Le autorità hanno lasciato fare, e anzi sono state piuttosto sollecite nel favorire un piano preparato dalla stessa Mediobanca, che ha due fondamentali caratteristiche: depredare gli azionisti di minoranza di Fonsai (oltre 200 milioni trasferiti alle banche creditrici), e disegnare l’industria assicurativa italiana secondo i desiderata di Piazzetta Cuccia, che è anche azionista del primo gruppo assicurativo italiano, le Generali.

Ma non tutto è andato per il verso giusto. L’ok della Consob  conteneva due “dettagli” (rinuncia alla manleva e al diritto di recesso) che, come già rilevato da Linkiesta, rimettevano la palla nelle mani dei Ligresti. L’arma di precisione usata dalla Consob si è rivelata più efficace di un bazooka, anche se resta lo scandalo di un’autorizzazione a trattare diversamente azionisti di controllo (Premafin) e azionisti di minoranza.

Quando si sono accorti che Mediobanca li aveva scaricati, i fratelli Ligresti hanno deciso di far saltare il tavolo: hanno sangue siculo, e pretendono che la parola data venga rispettata.

Mai punto d’onore fu più propizio per il mercato. Non sappiamo come andrà a finire,ma il rifiuto dei Ligresti di rinunciare alla manleva promessa da Unipol (cosa che farebbe scattare l’Opa che Unipol non vuole) ha aperto uno spazio imprevisto per una proposta più market friendly. Il titolo è salito del 12% e la Borsa ha mostrato di preferire chiaramente la proposta di Sator e Palladio a quella di Unipol. Il piano che Mediobanca ha studiato, del resto, non ha mai convinto nessuno. La prova è anche nel fatto che gli advisor coinvolti nell’operazione in privato ne parlano malissimo, e quasi se ne giustificano. C’è da portare la pagnotta a casa, ovvio. Non è nemmeno da escludere che adesso qualcun altro si faccia avanti: sarebbe un’altra buona notizia.

Eterogenesi dei fini. A questo siamo arrivati: che un no – un no detto per dei comprensibili per quanto poco nobili motivi di convenienza personale da parte di chi del mercato se ne è sempre fregato – è diventato un’occasione formidabile perché le ragioni del “parco buoi” abbiano una chance rispetto a un’operazione mal congegnata e peggio eseguita. Un’operazione per finalità di “salvataggio”, dicono: dovevano fare un aumento di capitale di FonSai e si sono inventati una mostruosa operazione di fusione a 4, dove non si capisce più chi salva chi, e perché i debiti debbano essere scaricati dalla holding alla  società operativa che si pretende di salvare.

Non è dalla benevolenza di Mediobanca, di Unipol, della Consob, dell’Isvap o dell’Antitrust che ci aspettiamo la tutela dei risparmi ma dall’avidità dei Ligresti...

Twitter: @lorenzodilena

P.S. Ma le banche hanno davvero interesse a escutere il pegno, provocando un terremoto che ne travolgerebbe i crediti e tirerebbe dentro in una qualche bancarotta i banchieri e i consigli di amministrazione che giusto un anno fa ancora riempivano di liquidità le casse dei suddetti Ligresti?

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