La camera verde
9 Giugno Giu 2012 0919 09 giugno 2012

Distopie for breakfast. Dittatura dell'ordine o caos dell'opinione?

Mentre la terra trema e la borsa si scrolla, ci è arrivata la notizia della morte di Ray Bradbury. Qualcuno, incorniciando il suo ritratto in simpatiche antenne marziane, ha preferito scrivere che era "tornato a casa". Comunque sia andata, la letteratura della distopia ha perso il suo alfiere, l’autore che tradusse la temperatura cui bruciano i libri in uno dei titoli letterari più fulminanti del secolo scorso. In Fahrenheit 451, pompieri dall’allure nazistoide lanciano volumi dalle finestre, svuotano armadi e aprono il fuoco con un lanciafiamme da passeggio. La riduzione del pensiero a numeri e matrici si accompagna all’azzerramento culturale di un mondo sottoposto alla dittatura dell’uguaglianza senza spessore. Nel film del '66 di François Truffaut, che si diverte ad alterare le coordinate dell’originale, il protagonista ha lo sguardo ceruleo di Oskar Werner e il finale rinuncia alle sfumature apocalittiche del testo letterario.

Nell’età dei totalitarismi e del maccartismo, Bradbury costruisce una parabola amara che descrive limiti e anatemi delle società contemporanee. Controllo ossessivo dell’informazione e riduzione della libertà di pensiero a materiale radioattivo e mutante, di cui disfarsi alla svelta in nome di un comitato di salute pubblica qualunque. In un libro che brucia, come nella gabbia piena di topi in cui è rinchiusa la testa di Winston Smith (G. Orwell, 1984), si cristallizza la perdita di orizzonte della comunità globale.

Per ironia della sorte, Bradbury fu anche uno dei più fieri avversari dei libri in formato elettronico, simbolo di un prodotto artistico che ha ormai rinunciato al proprio supporto materiale, per tradursi in informazione mobile, stringa di senso dalla consistenza impalpabile, indistruttibile perché ormai inafferrabile. Se il libro in quanto oggetto cultuale sta progressivamente perdendo la propria aura, l’immagine del rogo della letteratura evoca tuttora scenari nefasti. La militanza in difesa del libro, impronta del libero pensiero individuale, si estende per osmosi a tutte le tipologie di testo che superino la soglia del quotidiano. Trovandoci di fronte agli scaffali delle librerie saremmo autorizzati a dubitarne, ma ogni libro ambirebbe a contenere un mondo.

Al di là dei timori suscitati dalla standardizzazione della cultura di massa, talvolta si ha però l’impressione che quasi altrettanto pericolosa risulti la moltiplicazione selvaggia dell’espressione. L’imposizione di uno sguardo unificato sulla realtà tipica dei sistemi totalitari, paventata da Bradbury e Orwell, si è piegata alla frantumazione di ogni sistema di vita condiviso. La carenza di appigli e di riferimenti socio-culturali stabili, unita al sovrapporsi disordinato delle opinioni, rappresenta uno dei caratteri più destabilizzanti della contemporaneità. La mancanza di un centro, di un solco cui inserirsi con relativa sicurezza è la disorientante condizione dei tempi di crisi, altrettanto sconvolgente, per il singolo, dell’imposizione truce di un modello. Il post-moderno, la cultura dell’assoluta soggettività interpretante, si è ormai allontanato, lasciando dietro di sé l’anomia, lo scollamento, prefigurato dalla sociologia durkheimiana, fra pretese normative ed esperienza vissuta.

Se l’imprevedibilità caotica della finanza e il disordine della politica non lasciano speranze, la società si sfalda e le sette dello pseudo-sapere si moltiplicano. Pare che, tanto per fare un esempio, negli States il 46% degli americani si dichiari seguace del creazionismo, come riportato da Gallup, http://www.gallup.com/poll/155003/Hold-Creationist-View-Human-Origins.aspx. Verrebbe da chiedersi quanto sia lo spazio che abbiamo a disposizione per applicare al mondo le nostre personali preferenze, e in che modo le diverse grammatiche che utilizziamo possano integrarsi senza scontrarsi. Al di là dei relativismi spinti, continuiamo a pensare che l'interpretazione non si sciolga su se stessa, ma si appoggi all’universo dei fenomeni, rileggendoli sulla base della costituzione del soggetto. L’imparzialità fredda dello scienziato rappresenta il paradigma della scelta libera da pregiudizi e da paraocchi, mentre la consapevolezza della necessaria mediazione del soggetto conoscente non abbassa la soglia dell’oggettività pretesa

Nel mondo preconizzato dalla letteratura della distopia è la fantasia a essere imbrigliata in maglie troppo strette, sottoposta alla dittatura del condiviso e all’imperio delle scienze applicate. Intrappolata nei corpi metallici degli androidi di Blade Runner e nascosta nelle esistenze in apparenza anonime di individui che vorrebbero soltanto sfuggire all'occhio vigile del Grande Fratello. Eppure il nostro mondo attuale, ove il desiderio di successo supera di gran lunga l'ansia di riservatezza, assomiglia piuttosto a una miscellanea di credenze e religioni private, dove ciascuno insegue il proprio demone, mentre il palinsesto - citando il De Lillo (e il Cronenberg) di Cosmopolis - crolla e i topi stanno diventando moneta di scambio.

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