Voglio cambiare aria
10 Giugno Giu 2012 1429 10 giugno 2012

Trasparenza: un'alternativa a censura e allarmismo nella comunicazione del rischio

“Questo allarme, dal punto di vista della comunicazione, è stato una cavolata bestiale. Se dici che dopo alcune scosse ne possono arrivare altre, dici una banalità. Se invece precisi che il sisma può picchiare in un punto preciso, compreso fra la nostra città e Ferrara, crei un panico che non serve a nessuno» Così il sindaco di Finale Emilia, mentre Enzo Boschi, ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), dichiara che la Commissione Grandi Rischi o annuncia subito le misure da prendere per questo pericolo o ammette di avere sbagliato a dare l’allarme. (Jenner Meletti, la Repubblica)

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In una situazione di rischio, quale e quanta comunicazione è necessaria per salvare vite umane? L’eccessiva trasparenza può provocare il panico? Conosciamo l’entità del rischio a cui siamo esposti? Saremmo pronti per un evento catastrofico? In occasione dell’allarme del virus dell’influenza aviaria, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva formulato alcune risposte di cui, a mio avviso, potrebbe essere utile tenere conto nell’attuale situazione di grande incertezza rispetto all’evoluzione del sisma in corso da settimane in Emilia Romagna.

Secondo Margaret Chan, all'epoca responsabile dell’OMS per l’emergenza aviaria, “la comunicazione è il mezzo più efficace per contenere il panico, che si alimenta proprio quando l’informazione è nascosta o parzialmente svelata.” La Chan, con grande onestà e senso di responsabilità aveva aggiunto: “Avere a che fare con una nuova infezione emergente è un’esperienza umiliante, come ho scoperto personalmente. Noi non dovremmo pretendere di sapere cosa succederà. Sarà lieve o grave? Quali saranno le popolazione maggiormente interessate? Semplicemente non lo sappiamo… Io devo dire alle persone cosa sappiamo e la verità è che noi non lo sappiamo… nessuno può dire come evolverà la situazione.”

La strategia adottata prevedeva la raccolta costante di informazioni, via via che la situazione evolveva, e la loro comunicazione pubblica: “Il bisogno più urgente ora è l’informazione a tutti i possibili livelli.” Con l’obiettivo di costruire e mantenere la fiducia dei cittadini, si ammetteva di non sapere tutto ma si assicurava che “ci stiamo impegnando al massimo, non possiamo dire di essere pronti ma di essere in una posizione migliore rispetto a sempre…”

La comunicazione del rischio ha un obbiettivo molto preciso: rendere consapevoli le persone esposte a un rischio, per favorire comportamenti responsabili di autoprotezione e salvaguardare la loro sicurezza in una situazione di emergenza. Io credo che istituzioni che godono della fiducia dei cittadini possano dichiarare la loro incapacità di previsione degli sviluppi, anche di una situazione potenzialmente molto pericolosa, senza generare panico. Al contrario invece, cosa succede se un’istituzione sminuisce la minaccia? E poi le cose evolvono in altro modo, opposto e contrario? Crolla la fiducia e i cittadini non seguono le indicazioni che vengono date loro.

Una strategia adeguata allora, anche a costo di essere tacciati di allarmismo, passa da una comunicazione trasparente, integrale e tempestiva di ciò che si sa e di ciò che non si sa. Due gli effetti ottenibili:
1) dimostrare che il problema è preso in seria considerazione: sminuire un problema può far pensare che non lo si sta affrontando seriamente;
2) costruzione e mantenimento della fiducia, in modo che se la minaccia dovesse aumentare le persone saranno pronte a seguire attivamente le indicazioni ricevute.

Sono abbastanza convinta che funzioni così. Il dubbio è: di quanta fiducia godono le nostre istituzioni?

(questo post prende spunto da una lezione di qualche mese fa sulla "comunicazione di emergenza" del Prof. Giancarlo Sturloni)

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