Dario Russo
Babele
11 Giugno Giu 2012 0935 11 giugno 2012

In Iran, Marjan non leggerà questo post

Marjan è una mia coetanea, ha 26 anni e vive in una città poco distante da Teheran (Iran).

Marjan ha cappelli ricci e scuri, un sorriso coinvolgente ed un nasino alla francese.
Si trucca poco, quel tanto che basta per mettere in risalto il taglio degli occhi.
La prima volta che la vidi indossava blue jeans e una t-shirt di marca le delineava il corpo.

Non portava il velo: lo usa solo quando esce di casa. In famiglia e con gli amici ama tenere i capelli sciolti.

Marjan è una ragazza istruita.
Laureata, parla bene inglese e studia il tedesco. Ha provato ad imparare qualche espressione italiana. Per lei l’Italia è il paese della moda e un giorno vorrebbe visitarlo.

Gli ho insegnato qualche parola.
"Ciao Dario, come stai?”. Il suo accento è buffo ma a me piace. D’altronde, anche lei ride di me quando sente il mio inglese.

Marjan ama la musica, quando chiacchieriamo su Skype sente il sottofondo del mio stereo.
Ama la classica, ma le piace molto il jazz, un genere che per lei era pressoché sconosciuto.

Si incanta quando ascolta gli artisti italiani.
Ascoltando per caso Battisti, si innamora delle sue canzoni, così le mando un paio di link presi da YouTube. Purtroppo non può vederli. In Iran non si può.

Dovrò inviare direttamente il file Mp3, ci vuole tempo, molto tempo.
La connessione non è delle migliori.
Alle volte è decisamente pessima; l’immagine si sgrana e le parole diventano incomprensibili.
É costretta a scrivere: troppo spesso la connessione non è delle migliori.

Marjan lavora, ha una gran cultura e le piace leggere.
In Iran l’istruzione è una cosa importante e non è prerogativa solo degli uomini.

Marjan è orgogliosamente musulmana e rivendica con fierezza il suo essere persiana, ma nonostante tutto dice di odiare gli iraniani.
Odia il suo governo e odia le restrizioni che esso impone.

Odia una cultura per lei troppo maschilista.
Le palestre sono rigorosamente separate tra maschi e femmine, solo gli uomini possono chiedere di divorziare e sul lavoro troppe donne discriminate.

Era il 12 maggio, i tribunali religiosi iraniani condannano a morte alcuni omosessuali.
Le invio l’articolo di giornale ma non può vederlo, come non può vedere molti altri link di giornali italiani. Lei non sa nulla di questa impiccagione.
Dice di non aver sentito nulla dai media iraniani.

Però, diversi mesi prima, una notizia la aveva sentita bene.
L’attacco all’ambasciata britannica a Teheran.
“Non siamo tutti così, noi non siamo tutti come loro” mi ripete con viso affranto e con un magone in gola.

“Dopo quello che è successo, tu pensi che mi concederanno il visto?” . Parla di Londra, vorrebbe lavorare in terra anglosassone, ma da quel momento potrebbe essere tutto più difficile.

Nonostante ciò, continua a sognare l’Europa.
Marjan vuole abbandonare l’Iran, staccandosi dalla sua famiglia.

In futuro vorrebbe sposarsi, ma non con un iraniano (mi ripete spesso), io le suggerisco di trovarsi un italiano.
Lei sorride e per un attimo sembra sparire la malinconia, sebbene sia consapevole che i suoi progetti futuri sono tutt’altro che facili.

Dovrà perfezionare la lingua e dovrà necessariamente conseguire un master. La sua laurea - da noi - non le verrebbe pienamente riconosciuta.

Marjan nonostante il buon umore è triste; immagina come potrebbe essere la sua vita al di fuori dell’Iran. Ha un’amica che vive negli Stati Uniti e alcuni ex colleghi lavorano in Turchia, dove però le sconsigliano di andare.

L’Iran, nonostante tutto è uno dei paesi musulmani più tolleranti.
É una nazione ricca, anche se come le racconta la madre, nulla è più come prima della rivoluzione del ‘79. La madre le racconta che un tempo c’era più libertà.

Oggi Marjan deve moderare il suo linguaggio quando scrive una mail, potrebbe essere tranquillamente violata. Una qualsiasi critica al governo le costerebbe l’arresto.

Le chiedo di parlarmi di cosa accadde nel 2009, ma niente.
Quella data è tabù. Provo ad insistere, il suo viso si incupisce.
La tranquillizzo: ha paura.

Quando le dissi che avrei scritto questo post ne fu contenta.
Le dissi che avrei voluto parlare dell’Iran e che avrei preso alcuni spunti dalle nostre conversazioni.
Negli ultimi giorni le ho fatto parecchie domande, non sempre ha voluto rispondere.

Mi ha chiesto di non pubblicare sue foto, di omettere le informazioni sulla sua famiglia e altri dati più specifici: ha molta paura.

Ci siamo salutati l’altra sera(da lei piena notte).
Le avevo detto che sarei uscito con alcuni amici. C’era della musica dal vivo in un pub.
“Vorrei essere nelle tue scarpe”. Mi dice che dalle sue parti quando c’è un concerto, non è possibile muoversi dalle proprie sedie, non si può né saltare né ballare. La musica dal vivo non è cosa così normale come da noi.

In Iran bisogna mantenere l’ordine e il rispetto di queste regole; il governo impiegherebbe molte energie se volesse controllare tutta la musica dal vivo che si potrebbe fare nei luoghi pubblici, per questo non è scontato che sia autorizzata.

Quando mi ha raccontato questa cosa sono rimasto sbigottito, resto ancora incredulo e mi chiedo se ho compreso bene l’inglese.

Le dico che devo staccare e che in tempi strettissimi avrei scritto questo post.

L’articolo è pronto, dopo proverò ad inviarlo.
La risposta già la conosco:
“Dario, I can't read it”

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