Il marchese del Grillo
11 Giugno Giu 2012 1739 11 giugno 2012

Le inutili corrispondenze epistolari tra Grillo e Severgnini

La metro di Londra è affollata da uomini della City in giacca e cravatta, gli occhi un impastati di sonno di prima mattina. Me li immagino così, il Finantial Times sotto braccio, alla ricerca un po’ snervata di qualche fondo che aiuti a capire se il bailout delle banche spagnole sortirà l’effetto sperato. Qualcosa che stia nelle prime dieci pagine, possibilmente: alzi la mano chi ha il coraggio di andare oltre, io no. Fossi stato a Londra, solo per oggi, avrei fatto lo sforzo di arrivare fino alla pagina delle lettere: da quelle parti si è consumato uno scontro fra titani. Uno scontro compassato, ad essere sinceri: un dibattito da the delle cinque con biscotti e senza zucchero.

Da una parte Severgnini, un aplomb da gentlemen che nemmeno le code chilometriche in posta son mai riuscite a scalfirgli; memorabile la puntata di Matrix in cui abbandonò lo studio per non doversela prendere con la redazione del programma colpevole, a suo dire, di aver mandato in onda un servizio troppo fazioso. Dall’altra Beppe Grillo, lo stakanovista della provocazione. Fosse stato al suo posto si sarebbe alzato e ne avrebbe dette quattro al conduttore, agli ospiti e al pubblico in studio. Due uomini agli antipodi.

Attacca Severgnini, un fondo pagina striminzito nel nulla del giornale in cui si richiamano gli echi di Berlusconi, Bossi e Mussolini. Risponde oggi Grillo: il paragone con Mussolini è ingeneroso, si sa mai che i quattro audaci lettori d’oltremanica possano farsi un’idea sbagliata delle vicende nostrane. Avrebbe ragione, se mai quel paragone ci fosse stato. Peccato che si tratti di una citazione dell’ambasciatore americano ai tempi del fascismo: “agli italiani piace essere governati in maniera drammatica”.

Niente di più vero, detto di un popolo che adora tagliare la testa al capo in disgrazia. Accade periodicamente: ogni transizione è accompagnata da un’esplosione incontenibile di isterismo collettivo. Dai tempi dell’elite giolittiana dalle cui spoglie nacque il regime fascista. E poi ancora con la Resistenza e col crollo della Prima Repubblica. Oggi non ce la passiamo meglio. Una perdita degli idoli che lascia spaesati, l’incertezza nel futuro porta a rivolgerci di continuo all’uomo della provvidenza. Che non è Grillo, lui non vuole esserlo. Lasciamogli fare il comico in santa pace: ci risparmieremmo qualche inutile epistola.

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