Vademecum
11 Giugno Giu 2012 0856 11 giugno 2012

Povero il mondo che ha bisogno di eroi

Quando ancora Grillo faceva il comico, ricordo un pezzo in uno dei suoi spettacoli in cui evidenziava l’importanza delle parole. Ironizzava sul fatto che l’orchestra dell’inaffondabile Titanic avesse continuato a suonare fino all’inabissamento della nave, perché un’imbarcazione con quel nome non sarebbe mai potuta andare a picco. Mentre, al contrario, l’inaffondabile affondava, la ben più prosaica Pourquoi-Pas? andava e tornava dall’Antartide. Una delle parole che mi ha sempre terrorizzata, se sentita in televisione o letta su un giornale, è la parola eroe. Sì, perché l’uso e l’abuso che se ne fanno nel nostro panorama informativo, l’hanno ormai spogliata di qualsiasi senso. Anziana signora non riesce ad attraversare la strada? Il vigile eroe la accompagna incolume sull’altra sponda. Barboncino disperso? La guardia forestale eroe lo salva da triste sorte e lo riporta alla padrona. Come non ricordare poi il “salga a bordo, cazzo!” che ha decretato onore e gloria nei secoli dei secoli per il capitano De Falco; il qual De Falco, a onor del vero, pareva quasi infastidito da tutta l’attenzione mediatica improvvisamente guadagnata e viveva con malcelato fastidio le domande del tipo: “lei si sente un eroe?”. Ho fatto solo il mio dovere, diceva e tutti a lodarlo: ma com’è modesto il nostro eroe. Il nostro eroe probabilmente è semplicemente uomo intellettualmente onesto e sa di non aver compiuto un atto eroico, ma di aver solo effettivamente eseguito il suo compito. Oppure, il nostro ha capito l’aspettativa che l’epiteto eroe porta con sé ed ha voluto subito liberarsene, onde evitare il linciaggio in pubblica piazza, nel caso scoperto a non fare la raccolta differenziata. Sì, perché l’eroe è tanto portato in gloria per i suoi gesti virtuosi, quanto vessato ferocemente al primo, anche piccolo, errore. Perché più l’aspettativa è alta, più la delusione è cocente al primo sgarro e passare da esempio a capro espiatorio è un attimo. Ma cos’è questo bisogno che sentiamo di trovare uomini della Provvidenza, simboli, icone da ammirare? Forse una necessità di delegare ad altri l’onere di risollevare le sorti nostre e del Paese intero. Forse la necessità di ritrovare un’identità in una figura carismatica che metta tutti d’accordo, che unisca nella sua glorificazione. Forse, semplicemente, una ricerca di speranza.

È però pericoloso l’utilizzo a sproposito dell’epiteto eroe. Sì, perché si rischia di smarrirne il senso nell’abuso, fino ad arrivare alla saturazione del concetto e al non riconoscere più chi davvero l’appellativo lo merita. Inoltre il bisogno di eroi è una ricerca di aiuto, di qualcuno che ci mostri la via, ci indichi il percorso. È un bisogno che nasce da una mancanza, da un’incompletezza.

È dunque ancor più sventurata la terra che ha bisogno di eroi

Ha ragione il Galileo di Bertolt Brecht, perchè finché Gotham avrà bisogno di Batman, vorrà dire che da sola non ce la fa, vorrà dire che è ancora vessata da scandali e corruzione e delega al suo eroe mascherato il compito di salvarla. E il Batman di Nolan lo sa. Sa che Gotham ha bisogno di credere che il procuratore Dent sia un eroe senza macchia, sa che, oltre alle azioni concrete, la popolazione ha bisogno di esempi e miti da imitare, fino a che non sarà autonomamente matura e consapevole da poterne fare a meno, per cui si autoaccusa delle colpe di Dent, perché:

O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo. Io posso fare queste cose, perché non sono un eroe. Non come Dent. […] Io sono quello di cui Gotham ha bisogno.

E dato che, anche il più ottimista di noi, dubita che esisterà mai un mondo perfetto in cui gli eroi non serviranno, allora non resta che sperare in un mondo in cui quando l’uomo vestito da pipistrello torni in soccorso del procuratore minacciato, questo lo guardi con la sufficienza che si riserva ad uno bravo, ma un po’ picchiatello e gli dica: grazie, ma me la cavo da solo.

Silvia Pittatore

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