Adottiamoci tanto bene
11 Giugno Giu 2012 0819 11 giugno 2012

Tutti a sciare

Quando li sento silenziosi mi spavento e vado subito a vedere che stanno combinando, e quasi sempre è un guaio. L’altro pomeriggio avevo appena avviato Vladi e Anna a un giochino con i cubi di cartone, ma non è che mi aspettassi che durasse più di dieci minuti. Al quindicesimo di silenzio assoluto mi preoccupo e corro a vedere. Avevano asportato un pezzo di polistirolo dalla scatola che conteneva i cubi di cartone, lo avevano ridotto in palline microscopiche e stavano lì che si rotolavano per terra. “Mamma, guarda – dice Anna appena mi vede – abbiamo fatto la neve!” Evviva, dico guardando il manto bianco con aria sconsolata. Ma pensavo peggio e alla fine quella specie di coltre mi ha dato un’idea: e se li portassimo a sciare?

Il training è stato laborioso: i nostri bambini vanno preparati a ogni cambiamento con la ripetizione pedissequa di ciò che li aspetta. Vale per le giornate tutte uguali, figuriamoci in vista di un’intera settimana bianca. Ma a forza di ripetere, dopo ogni monelleria commessa da uno della tribù, “se continui così non andiamo a sciare”, il concetto è penetrato nelle loro piccole teste ed è diventato una specie di miraggio collettivo. E alla fine, grazie anche a mio cugino che ci ha prestato la sua casa in montagna senza neanche fare un’assicurazione su possibili devastazioni, ci siamo incarrozzati verso il profondo Nord. Per tutto il viaggio Anna non faceva che chiedere: “Ma dove dormiamo?” E Sofia: “Lo abbiamo detto cento volte, nella casa di montagnaaaa”. Vladi ha vomitato tre volte, fino a che non l’ho imbustato come un surgelato; alla quarta, quando ha visto che l’armatura di plastica funzionava e non era costretto a farsi cambiare da capo a piedi, rideva persino.

Diciamo che la settimana è stata diversa per ognuno di loro: Sofia si è infilata sugli sci per la prima volta e sembrava che non avesse fatto altro nella vita. Quando il maestro, alla terza lezione, l’ha portata sulla pista blu, si è messa un po’ a piangere, ma al ritorno mi ha detto: “Non piangevo per la nebbia, ma perché volevo te e papà”. E la sera ha aggiunto: “Sai mamma, era bello sulla pista stare dentro la neve e la nebbia”. Anna anche ha provato a mettersi gli sci, ma non c’è stato verso di farla scendere senza di me, motivo per cui mi sono dovuta inerpicare nella pista baby e piano piano, io a piedi e lei sugli sci, siamo tornate a valle. Molto più successo ha avuto, ai suoi occhi, una certa pecorella di lana che le ho comprato: “Mamma, sono proprio felice di aver trovato questa pecorella in montagna”. La settimana di Vladi invece è stata un lungo affannarsi a sfuggire le piste da sci, con rari momenti di pace nella seggiovia di ritorno e nella pausa pranzo al rifugio (abbiamo una foto di lui che stringe un Lebenwurst con le mani e sembra il Buddha che ride). Molte speranze sono appuntate sulla sua settimana bianca dell’anno prossimo, almeno questo pensavo mentre gli cambiavo il pannolino nel bagno del rifugio sacramentando sulla scarsa presa delle salviettine umidificate e sempre ricordando una frase della zia Lidya che mi fa da mantra nei momenti del cambio: “hai mai sentito di uno che andava a fare l’esame della maturità col pannolino?”.

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