Adottiamoci tanto bene
12 Giugno Giu 2012 0808 12 giugno 2012

“Mamma ti ricordi?”

Che cosa fa di un gruppo di persone una famiglia? Tante cose, certo: si comincia dalla decisione di due adulti di avere dei figli e si continua, ognuno come la vita consente, mettendoci amore, passione, gusto nella trasmissione delle esperienze, condivisione delle piccole incombenze quotidiane, scambio di caratteri, mescolanza degli umori. Nel caso delle famiglie adottive c’è un aspetto che necessita di particolare cura, ed è la costruzione di una memoria comune. Più ricordi ci sono sulla nuova vita insieme, minore sarà il senso di inadeguatezza rispetto al “pezzo mancante”. Vale per i piccoli, che hanno un vissuto per lo più doloroso, e vale un po’ anche per i grandi, chiamati in breve tempo a riparare, restituire, ricaricare le vite che sono state loro affidate.

Un trucco per riportare indietro le lancette dell’orologio è quello di costruire grandi storie su piccoli eventi quotidiani. Un giorno stavo facendo il bagnetto a tutti e tre e dall’altra parte della porta il papà ha fatto un grosso starnuto. Io ho fatto un salto, Anna si è spaventata e ha cominciato a piangere. Gli altri due mi guardavano attoniti, e allora mi sono messa a ridere e ho detto: “Che paura che ci ha fatto papà! Noi stavamo tutti tranquilli a fare il bagno e all’improvviso abbiamo sentito questo rumore. Ma che cos’è un tuono? Un temporale? Un terremoto? Noooo, è solo uno starnuto gigante!”. Anna ha smesso di piangere e ha cominciato a ridere, Vladi ha continuato a giocare con la sua paperella, Sofia ha subito ripetuto tutto quello che avevo detto. E il giorno dopo, mentre stavamo a cena, sempre Sofia ha ripescato l’accaduto: “Mamma ti ricordi quella volta che stavamo facendo il bagno tutti tranquilli e papà ha fatto un rumore fortissimo? Ma che cos’era un tuono? Un temporale? Un terremoto? Noooo, era solo uno starnuto gigante!”. Ho capito che bastava poco, e da allora la ricetta mi è tornata utile: si trattava di isolare un fatterello – la portiera della macchina che non si chiudeva, la lumaca trovata ai giardinetti, un gelato caduto per terra, tutte cose minimamente impreviste – sottolinearne la assoluta peculiarità, far passare qualche ora e subito ripeterlo come se fosse accaduto cento anni fa (è sufficiente aggiungere “ti ricordi quella volta” e coniugare tutto all’imperfetto narrativo). In una settimana si accumulano più ricordi di quanti se ne possa immaginare. E alla fine tutto questo mucchio di lumache, cinture di sicurezza rotte, gelati squagliati, scarpe infangate, bocche disegnate col pennarello, gessetti spezzati diventa un meraviglioso deposito di ricordi. Per appesantire ulteriormente il bagaglio si possono aggiungere foto e disegni: è stato molto utile per esempio destinare un’intera parete della loro stanza ai disegni, in alcuni casi più propriamente degli scarabocchi. Oggi quelli di qualche mese fa sono “i disegni di quando eravamo piccoli”, e vengono mostrati con un certo orgoglio a parenti e amici in visita. Se si va a guardare nello specifico, è evidente che molti ricordi – e anche disegni – risultano insignificanti, ma insomma non è che dobbiamo scrivere la Ricerca di Proust. E poi io quando mi dicono “mamma ti ricordi quella volta?” mi emoziono lo stesso, anche se è successo ieri.

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