Rodolfo Toè
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14 Giugno Giu 2012 1025 14 giugno 2012

La Macedonia, forse.

Lazec è un piccolo villaggio vicino a Bitola, nella Macedonia sud-orientale. Ci vivono appena duecento persone, delle quali 120 macedoni e un'ottantina di albanesi musulmani. Qui, la costruzione di una moschea ha riaperto il vaso di pandora del conflitto etnico. “Il progetto della moschea ha cominciato a dividere i residenti sei anni fa”, spiega il pope ortodosso locale, padre Oliver: “questo ha portato rapidamente all'accrescersi delle tensioni tra le due comunità: qui oggi Albanesi e Macedoni non si mischiano più. Nemmeno per comprare il pane”.

Non è la costruzione dell'edificio religioso in quanto tale a far discutere, ma la sua collocazione: in principio la moschea avrebbe dovuto essere costruita vicino alla chiesa locale, nel tentativo di rinforzare simbolicamente la coesistenza tra le due comunità. Poi c'è stato un cambiamento nei piani, così i fedeli musulmani avranno il loro luogo di culto proprio all'entrata del villaggio. “Noi volevamo unire visivamente le due comunità, ma gli Albanesi hanno ottenuto che la moschea venisse costruita all'ingresso del paese”, dichiara il rappresentante della comunità Macedone. Che si dichiara ostile a questa scelta: una moschea alle porte dell'abitato avrebbe una connotazione identitaria immediata. “In questo villaggio non ci sono solo albanesi”, taglia corto.

La vicenda di Lazec è l'ennesima spia che comunica il riemergere delle tensioni etniche in Macedonia. I contrasti tra la maggioranza e il 25% della popolazione albanese si sono notevolmente inaspriti negli ultimi mesi, costringendo le autorità a rinviare il censimento previsto per il 2011. E portando molti a pensare che forse l'epoca dello “spirito di Ohrid”, dal nome della città in cui vennero firmati gli accordi che permisero la fine della guerra civile nel 2001, sia finita una volta per tutte.

Le violenze etniche sono infatti tornate a riempire la cronaca Macedone, per lo più sotto forma di atti sporadici e – per il momento – non organizzati. Probabilmente l'episodio più grave si è verificato in febbraio, quando cinque macedoni sono stati uccisi a Smilkovci. Del crimine è stato accusato un gruppo islamista radicale. La mediatizzazione della cattura dei responsabili è stata duramente contestata dalla comunità albanese, che è scesa in piazza a Skopje l'11 maggio per denunciare la retorica discriminatoria dei media.

Nonostante il riemergere del nazionalismo albanese sia un problema comune a tutta la regione, il Governo macedone porta delle responsabilità nell'escalation della tensione. Il primo ministro, Nikola Gruevski, è a capo di una maggioranza che ha deciso di rispolverare “l'orgoglio nazionale” macedone per nascondere i reali problemi del paese. E così, mentre a Skopje si costruiscono mastodontici monumenti ad Alessandro Magno e a Filippo II, c'è una cospicua minoranza che si sente totalmente esclusa da questa retorica celebrativa: “L'Albanese medio” stima lo scrittore Xhabir Memedi Deralla “non considera la Macedonia come la propria patria; se lo fa, è solo per constatare quanto egli sia sfruttato e oppresso dalla maggioranza dei Macedoni. Questi ultimi, dal canto loro, amano la propria madrepatria. Pensano che la Macedonia appartenga ai Macedoni e che gli Albanesi siano degli alieni, quasi fossero venuti dal Kosovo, o da un altro pianeta”.

Potrebbe essere la Macedonia l'ennesimo capitolo tragico nella storia dei Balcani Occidentali? Anche se sempre più spesso si sente equiparare la situazione attuale a quella esistente nel 2001, per il momento gli scontri etnici sembrano non fare parte di un contesto organizzato: sono, per lo più, il segnale della frustrazione della popolazione, soprattutto giovane, che si trova a dover affrontare una difficile situazione economica e la realtà dell'emarginazione urbana. Ma la quantità di armi in circolazione sul mercato nero non è un segnale incoraggiante. E la paura di una nuova guerra civile è sempre più consistente. In 2000 hanno già sfilato, in marzo, nelle vie di Skopje: “non aspettiamo l'inizio della guerra per difendere la pace”, ha dichiarato tra i manifestanti la scrittrice Sabina Ajrula Tozija.

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