Èvviva
14 Giugno Giu 2012 1159 14 giugno 2012

Sull'aborto e la legge 194. A partire dall'"incidente" raccontato da Barbara.

A 34 anni dalla sua approvazione, torna in discussione la legge 194, sull’aborto. Il prossimo 20 giugno, la Corte Costituzionale dovrà esprimere un parere sulla compatibilità della legge con la Costituzione italiana e con una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sulle invenzioni biotecnologiche. La Corte è stata chiamata in causa, lo scorso gennaio, da un giudice del Tribunale di Spoleto che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale in seguito alla richiesta di una minorenne di abortire senza l’obbligo di coinvolgere i genitori. La battaglia di una singola ragazza si è ora trasformata in un attacco alla legge italiana sull’aborto (qui la notizia nel dettaglio: http://daily.wired.it/news/scienza/2012/06/12/aborto-legge-194-corte-costituzionale-234666.html).
Oggi è il giorno giusto per raccontare la storia di Barbara, e del suo aborto voluto.
“Il mio fu un incidente. Capita. Avevo già una figlia, che crescevo da sola, essendo suo padre quasi un altro figlio. Un giorno decisi di fare a meno di quest’uomo mai cresciuto, di trovarmi un nuovo lavoro, e di riorganizzare la vita mia e quella di mia figlia. Fu un periodo che ancora oggi, a ricordarlo, sento un peso sul cuore. Nel frattempo, appena 40enne, mi si presentavano altri uomini e io non ero una monaca, però stavo sempre attenta a che nulla potesse turbare un equilibrio difficilissimo da mantenere, soprattutto perché per poter avere una vita almeno dignitosa dovevo fare due lavori che mi tenevano fuori casa più di nove ore tutti i giorni, compresa la mattina del sabato.
Poi, l'incidente: un profilattico rotto. Banale, ma succede. E così iniziò il dilemma. Non potevo permettermi un altro figlio: mia madre non poteva certo fare i miracoli, i miei lavori mi servivano entrambi per sbarcare il lunario e il futuro padre non era quello con cui intendevo metter su famiglia. Il consultorio mi offrì un sostegno nella decisione: non mi giudicarono neppure un secondo, non mi fecero pressioni. L'ultima parola, la più pesante, spettava a me, ne avrei portato il peso per tutta la vita.
La decisione fu obbligata. Volevo farlo in fretta. A convalidare la scelta, intervenne, pietosa, madre natura: l'ovulo non si era impiantato nell'utero ma all'ingresso della tuba e, crescendo, avrebbe fatto scempio degli organi interni. La gravidanza sarebbe stata ad altissimo rischio e, con ogni probabilità, non avrebbe potuto proseguire.
Mentre attendevo l'intervento tremavo come una foglia, da sola, cercavo di farmene una ragione, pur combattendo, dentro, una battaglia straziante. Mi aiutò parlare con le altre donne che in camera con me vivevano la stessa mia esperienza: per nessuna di loro fu una passeggiata, nessuna tirò un sospiro di sollievo.
Adesso mia figlia è cresciuta, suo padre è rimasto il solito latitante, ma le cose vanno meglio. Non ho dimenticato nulla di quei giorni, ma mi rendo conto che non poteva andare diversamente.
Quando sento dei folli sbraitare contro la legge 194 non riesco a non indignarmi, perché è sulla pelle di noi donne che le cose succedono, siamo noi che le viviamo in prima persona e ne portiamo il peso e nessuno che non ci sia passato può permettersi di giudicare. La grandezza di chi mi ha accompagnata in questa scelta è stata proprio nel non giudicare, ma nel dare supporto.
E che nessuno mi venga a dire che l'aborto è usato come mezzo di contraccezione: è una colossale falsità. Per tante donne è una salvezza. Per alcune, un gesto di libertà. In ogni caso, una possibilità”.

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