Antonio Sanfrancesco
Opportune et importune
15 Giugno Giu 2012 1444 15 giugno 2012

Nel 2035 saremo tutti atei. Ma solo se aumenta il Pil

Neppure gli atei, come le stagioni, sono più quelli di una volta. Sull’Huffington Post del 6 giugno scorso è comparso, a firma di Nigel Barber, un articolo, (http://www.scoopinion.com/7M4V2), prontamente ripreso dal sito del Tg3, dove si scopre che nel 2038 l’umanità si sarà definitivamente sbarazzata di Dio e della religione. Le profezie Maya, che al confronto appaiono molto più serie, stavolta però non c’entrano nulla. Più prosaicamente, è una questione di Pil come s’intuisce sin dall’incipit: «I Paesi con tenore di vita migliore», annuncia Barber, «stanno diventando atei».
Non solo quindi l'agognata crescita economica abbasserà, si spera, lo spread ma darà la mazzata finale anche a tutti quei rovelli stupidi che l'uomo, da quando ha consapevolezza di sé, si pone sull'esistenza di Dio.
«La versione che preferisco», spiega l'autore dell'articolo, «è quella nota come ipotesi della sicurezza esistenziale, ovvero: grazie a una migliore qualità della vita, gli individui si preoccupano meno dei generi di prima necessità o dell'eventualità di morire o di ammalarsi. In altre parole, si sentono più sicuri e non avvertono la necessità di affidarsi a un'entità superiore per placare ansie e paure. Ed esistono molte prove che dimostrano come il miglioramento delle condizioni di vita comporti anche un certo declino della religiosità».
Scrive proprio così: «Eventualità di morire». Da certezza, l'unica della nostra vita, il morire è diventato una semplice “eventualità”.


Barber, per dare una parvenza di scientificità a quel che scrive, prosegue con una sventagliata di cifre: «Il parametro più ovvio per cercare di stabilire quando il mondo diventerà in maggioranza ateo è la crescita economica. Logico, perché lo sviluppo economico è il fattore chiave nella secolarizzazione. Per arrivare a questa affermazione ho usato come pietra di paragone i nove paesi più "senza Dio" (ad eccezione dell'Estonia in quanto Paese ex comunista). E cioè: Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito, nei quali nel 2004 esattamente metà della popolazione dichiarava di “non credere in Dio” (fonte: Zuckerman, P., Society without God: What the least religious nations can tell us about contentment. New York: New York University Press). Il loro Pil era di media 29822 $ contro i 10855 $ della media dei Paesi mondiali. Quanto tempo passerà prima che l'economia mondiale sia cresciuta abbastanza da far sì che il Pil della media dei Paesi mondiali raggiunga quello dei "Paesi senza Dio" nel 2004? Considerando il tasso di crescita medio globale degli ultimi trent'anni pari al 3,33% (come riporta il sito dell'FMI), il passaggio all'ateismo dovrebbe avvenire intorno al 2035».
Sorvolando sull'affermazione, che meriterebbe una disamina molto attenta, che «lo sviluppo economico è il fattore chiave nella secolarizzazione», la riflessione di Barber è l'esempio perfetto che oggi l'ateismo, inteso come negazione radicale di un Dio personale, creatore e legislatore, è diventato, lasciato in mano a certi “ateologi” da talk show, un fenomeno da baraccone dove problemi così complessi vengono affrontati con una banalità disarmante, da bar dello sport.

L'altro filone dell'ateismo contemporaneo, altrettanto banale, ha un'unica tesi che consiste essenzialmente nell'attaccare la Chiesa cattolica e la tradizione giudaico-cristiana, dipinta come la sentina di tutti i mali e di tutti gli oscurantismi. I nomi sono noti: da Richard Dawkins ai militanti dell'Uaar, da Michel Onfray a Piergiorgio Odifreddi fino all’astronoma Margherita Hack che ripete, in tv, che interrogarsi sull'esistenza di Dio è come interrogarsi sull'esistenza della befana. Nulla a che vedere, ovviamente, con l'ateismo tragico, tormentato di dubbi e fecondo di pensiero, di un Nietzsche, di un Montale, Wilde o Baudelaire.


Quanto alla tesi di Barber, che la religione sarà spazzata via dal benessere economico, occorre ribadire che l'uomo, ognuno di noi, non è fatto solo di bisogni, soddisfatti i quali ogni problema è risolto, ma cerca anche una compiutezza. Il pensiero riduzionista pretende invece di ridurre l'uomo alla materia, alla genetica e all'economia ma, come ha scritto lo scienziato Francis Collins, «non spiegherà mai certi speciali attributi umani, come la conoscenza della legge morale e l’universalità della ricerca di Dio».

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