Keynes Blog
15 Giugno Giu 2012 1353 15 giugno 2012

Verso una nuova (e più grave) recessione

“Fate presto”. Così, su nove colonne, titolò il Sole 24 Ore quando lo spread superò i 500 punti, nel novembre 2011. Sono passati 8 mesi da allora, ma l'Italia e l'Europa si trovano in una situazione persino peggiore. Lo spread non è arrivato ancora a quota 500, ma manca davvero poco. Il “salvataggio” delle banche spagnole non ha dato grandi effetti sui mercati che anzi ieri hanno nuovamente colpito Italia e Spagna.

I dati macro parlano tutti, all'unisono, della gravità di quanto sta accadendo: produzione industriale a picco, redditi in calo, consumi in diminuzione, entrate fiscali più basse del previsto, disoccupazione in aumento. E questa è solo l'Italia, il paese periferico messo relativamente meglio nell'area Euro.

Il mondo guarda in questi giorni all'Europa con grande preoccupazione e si chiede come sia possibile che l'Europa sia governata da matti che ignorano la semplice matematica della macroeconomia. Basta leggere le rassegne stampa per trovare il presidente degli Stati Uniti Obama, il capo della Fed Ben Bernanke, i leader dei paesi emergenti, che richiamano l'Europa, dicendole in sostanza: “Stiamo cadendo in recessione un'altra volta, e la colpa è vostra”.

Hanno qualche ragione per farlo, ma per onestà occorre dire che Obama è l'ultimo a poter rimproverare gli europei: dopo un ambizioso piano di stimoli varato appena eletto, con tanto di fotomontaggi che lo raffiguravano come Roosevelt, il presidente nero si è trasformato in un nuovo Hoover e ha tagliato tutto quel che poteva tagliare. Certo, non i tagli lineari e stupidi di Tremonti. Certo, non le vessazioni tassatorie di Monti che, come prevedibile, hanno prodotto meno entrate di quanto previsto (e noi l'avevamo detto, troppo facili profeti). Ma comunque oggi Obama può “vantarsi” di essere il presidente che ha fatto meno deficit negli ultimi 30 anni. Un errore fatale, proprio nel momento in cui vi era bisogno di deficit molto maggiori. Fatale perché la disoccupazione rimane alta e può portarlo a perdere le elezioni. Ma fatale soprattutto per l'economia mondiale che avrebbe bisogno di un'America decisamente più spendacciona. Se gli Europei hanno le colpe più grandi, dall'altra parte dell'Atlantico non ci sono innocenti.

Guidata da una classe dirigente in parte accecata dall'ideologia dell'austerità, in parte ben conscia di proteggere concreti interessi, l'Unione europea si è cacciata da sola in una situazione da cui era facile uscire. Se la crisi morde e rischia di sfasciare 60 anni di paziente costruzione dell'Europa unita, la colpa non è del destino cinico e baro, né delle dure leggi del mercato.

Al contrario, il Vecchio Continente, se vuole trovare il colpevole, deve semplicemente guardarsi allo specchio. Sarebbe bastato non tagliare o tassare. Sarebbe bastato seguire la lezione che viene dal buon senso prima ancora che dalla teoria economica. Sarebbe bastato guardare alla storia della Grande Depressione.

In questi giorni si sono affacciate voci di una possibile svolta, di un piano più o men segreto, una road map per trasformare l'Unione europea in una unione fiscale. Proposte ancora avvolte nell'ombra e che trovano comunque nella Germania della Cancelliera Merkel una invalicabile resistenza appena si nominano gli eurobond, una misura certo necessaria ma che oggi da sola non basterebbe affatto a risolvere il problema della crisi del debito.

Il rischio è enorme. L'uscita dall'Euro della Grecia si tirerà dietro quasi sicuramente alcuni o forse anche tutti i paesi periferici, Spagna, Portogallo, Italia e Irlanda, e farà sembrare il fallimento di Lehman Brothers un evento di portata minore nella storia della crisi. Per quel che ci riguarda lo diciamo per tempo.

O entro pochi mesi, forse settimane, l'Europa, da una parte, virerà di 180 gradi, abbandonando l'austerità e gettandosi sulle spese in grande stile, riformando la BCE, accentrando il debito e l'America, dall'altra, si rimetterà anch'essa a spendere, oppure l'Euro rischierà di saltare, gli USA potrebbero tornare in recessione e i paesi emergenti subiranno un rallentamento che non possono permettersi.

La combinazione di questi fattori può portare a conseguenze ben peggiori di quelle vissute nel 2007/8. Una Grande Depressione del tipo di quella degli anni '30, con disoccupazione oltre il 20% e il Pil che si inabissa non è alle spalle, ma tutta davanti a noi.

Le leggi dell'economia sono semplici ma impietose.

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