La schiena di Gino
17 Giugno Giu 2012 1420 17 giugno 2012

Grecia ed Egitto: i destini (elettorali) del Mediterraneo

Mentre nell’Europa centro-orientale si gioca Euro 2012, che sembra in qualche modo ‘distrarre’ – per dirla con Johan Huizinga – l’«homo ludens» europeo dalle gravi pressioni politiche ed economiche che attanagliano il Vecchio continente, è nel Mediterraneo che si gioca una partita davvero decisiva tanto per l’Europa, quanto per il Medio e Vicino Oriente.

In Grecia e in Egitto, Paesi eredi di due grandi civiltà che nel corso dei secoli hanno plasmato la storia del mare nostrum, è il giorno – l’ennesimo in questi mesi travagliati per entrambi gli Stati – delle elezioni. Elezioni che sono diametralmente opposte non solo dal punto di vista formale (parlamentari le une, presidenziali le altre), ma anche e soprattutto nel loro significato profondo. Ma che altresì possiedono un elemento comune.

Ad Atene, dopo le interlocutorie (perché senza un reale vincitore) consultazioni del 6 maggio scorso, milioni di greci sono nuovamente chiamati a decidere se rimanere in Europa o uscirne. Il dilemma, com’è ben noto, è quello tra euro e dracma. Gli ultimi sondaggi danno in vantaggio i partiti pro-europei, ma le sorprese potrebbero essere dietro l'angolo. Dalle urne potrebbe fuoriuscire un governo di grande coalizione tra Nuova democrazia di Samaras (in testa nei sondaggi), il Pasok di Venizelos e, forse, la sinistra democratica Dimar di Kouvelis. Queste formazioni, che comunque potrebbero avere i numeri contati nel nuovo Parlamento, si impegnerebbero nell’applicazione degli impegnativi accordi con l’Unione europea.

Differente sarebbe la situazione se a prevalere fosse il partito del giovane Tsipras, ossia Syriza. Il leader della sinistra estrema avrebbe molte più difficoltà – come d’altronde è già accaduto a maggio – a formare una coalizione in grado di governare il Paese. Quello che conta sottolineare, comunque, è la ‘moderazione’ raggiunta proprio da Syriza. Il partito di Tsipras sembra rivolto a mantenere una linea criticamente europeista, andando a rinegoziare le severe condizioni imposte dall'Europa alla Grecia.

Il vero pericolo si nasconde invece nel rischio che anche questa tornata elettorale sancisca nuovamente una situazione d’ingovernabilità nel Paese. Ciò comporterebbe una radicalizzazione dell’attacco speculativo contro Atene e tutta l'Europa (in primis, la disastrata Spagna). Un attacco dagli esiti non quantificabili a priori, ma certamente nefasti. Se la tragedia greca continua, infatti, la crisi sarà destinata ad avvitarsi su se stessa.

Al Cairo, la situazione è differente, ma non meno preoccupante. E ciò soprattutto per un motivo: la “primavera” della rivoluzione è – forse, già da un po’ di tempo – finita, lasciando il posto all’“inverno” della restaurazione. Il promettente “nuovo” dei giovani liberali di Piazza Tahrir ha lasciato ormai spazio alla ripetizione del “vecchio”. A sfidarsi nel ballottaggio delle elezioni presidenziali, in un clima di forti tensioni per la decisione della Corte costituzionale di sciogliere il Parlamento, sono quelle due facce che nel corso del Novecento l’Egitto ha potuto conoscere assai bene: i militari e i Fratelli Musulmani.

Entrambe fanno parte del vecchio, che si ripresenta identico a se stesso (anche nella competizione politico-sociale). Da un lato, i militari – di cui troppo presto qualche idealista aveva sottovalutato la vischiosità – rappresentano la cerchia di potere che ha governato (e governa) l’Egitto fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Dall’altro, i Fratelli Musulmani sono la più importante e ramificata formazione politico-sociale del Paese.

Pur se le differenze tra i candidati sono evidenti e le conseguenze del trionfo dell’uno o dell’altro aprono in ogni caso preoccupanti scenari, che a vincere sia Morsi o Shafiq – si potrebbe anche dire – poco cambierà. Il destino dell'Egitto, così come di molti altri Paesi arabi, è quello di vivere politicamente sul crinale tra un regime militare e uno islamico. Il cammino verso una soluzione ‘moderna’ (nel senso occidentale del termine) come quella offerta da Ankara è impervio e richiede tempo. Se la Turchia rappresenti davvero un paradigma a cui guardare per l’Egitto (alternativo al cupo scenario algerino), è ancora difficile da affermare. Tuttavia, rappresenta forse l’unica - e, soprattutto, realistica - speranza per il Paese.

Il risultato delle elezioni in Grecia e in Egitto sarà determinante non solo per l'Europa e per il Medio e Vicino Oriente, ma per il Mediterraneo intero. Domani mattina, infatti, in base ai risultati che usciranno dalle urne, potremmo svegliarci con le sponde del mare nostrum più vicine oppure più divaricate.

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