Parsifal
17 Giugno Giu 2012 0053 16 giugno 2012

La nuova Europa del Financial Times deve riconoscere Carlo Magno (e la Padania)

Ormai nessuno legge più il “Financial Times”, quel giornale autorevole come la Bibbia che in passato segnava per il provincialotto circuito mediatico italiano la pagella della credibilità internazionale anche per la politica e la cultura italiana. O meglio magari lo si legge ancora ma ci si guarda bene dal citarlo e portarlo ad esempio. Tranne di questi tempi per quegli zotici dei leghisti, considerati ormai marginali e insignificanti nel panorama pubblico dopo i pasticci che hanno combinato da soli.

Sono soltanto loro (o almeno i “barbari sognanti” di Maroni che a fine mese assumerà formalmente nel Congresso la guida del movimento) ad accorgersi infatti che il quotidiano britannico, per la firma di Tony Barber, disegna uno scenario conclusivo dell’Europa in uscita dalla crisi economica e politica che la sta attanagliando, una crisi che angoscia buona parte della classe dirigente continentale.

Il punto d’arrivo delle convulsioni e del tormento che investono la moneta unica, le banche e l’intero assetto della costruzione europea sarebbe una soluzione fortemente unitaria di natura quasi imperiale. Ma non paragonabile all’antico Impero di Roma, che pure aveva dominato su quasi tutta la superficie dell’attuale Unione a 27 quanto piuttosto alla struttura più ridotta di territorio e tuttavia più coesa e culturalmente più unita com’è stato nella storia il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.

Perché anche oggi l’area dell’Europa carolingia ha una evidente interdipendenza e una chiara similarità al suo interno quanto a sistema economico, assetto industriale e perfino struttura istituzionale che la rende compatibile ad assumere anche una specifica identità anche monetaria. Secondo l’analista inglese infatti Francia, Germania, Benelux e Nord Italia messi insieme sono assimilabili alla coesione e alla identità imperiale raggiunta tredici secoli fa.

Ipotesi peregrina ? Forse, ma ha una sua suggestione anche perché lo sforzo gigantesco compiuto allora da Carlo Magno per far uscire il mondo dalla crisi dei “secoli bui”, restituendo un nuovo ordine a popoli e territori lacerati e dispersi, segnò la ripresa della civiltà e la premessa di una rinascita. Quel sovrano fu in realtà un grande “federatore”, capace di imporre diritto, moneta e cultura comune, di garantire la sicurezza, ma anche di cercare lo sviluppo.

Un solo esempio: lo scavo del canale navigabile per mettere in collegamento le acque del Reno con quelle del Danubio. Opera interrotta alla morte dell’Imperatore (nell’anno di grazia 814) e ripresa dall’Unione Europea fino alla apertura della via fluviale di comunicazione nel 1995. Benefici economici poco dispiegati perché la “guerra umanitaria” con la Serbia del 1999 (quella dei bombardamenti operati dalla “difesa attiva” del governo D’Alema) chissà come mai puntò a colpire tutti i ponti sul Danubio. Una ferita alla sua economia (anche se appena accennarlo è “politically incorrect”) da cui l’intera Europa ha fatto fatica a riprendersi.

In ogni caso l’ombra di Carlo Magno occupa tutti gli scenari possibili del prossimo avvenire del Continente. Sarà un’Europa “a due velocità”oppure “a doppia moneta” oppure con nuovi marchingegni istituzionali: ma l’ipotesi carolingia come motore trainante e ben riconoscibile di una comunità in sofferenza non viene ormai neppure contestata.

E che comporti “naturaliter” una sia pur minima divisione tra l’Italia nordica e quella mediterranea è altrettanto pacifico nelle prospettive degli analisti. Lo spingerà magari più Grillo (più “nordista” di quanto si pensi) che una Lega in faticosa rifondazione: e questa è solo una delle opzioni politiche sul tappeto. Ma che il risultato definitivo passi attraverso una qualche forma di separazione appare un processo irreversibile. Già in passato in molti lo prevedevano (pur paventandolo o sostenendolo) come fatale. Perfino un cantore romantico del Risorgimento e dell’Unità d’Italia come Indro Montanelli lo sentiva (e lo soffriva) come inevitabile: perchè, ha lasciato scritto, l’Italia sarà ridotta ad “un pulviscolo umano che abita una terra di morti”…

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