Città invisibili
17 Giugno Giu 2012 1912 17 giugno 2012

Roma, Metropoliz, una favela sulla via Prenestina

Roma è una città senza più identità, nonostante il suo passato visibile ovunque racconti innumerevoli storie. Una città incompiuta nonostante i tanti PRG che dall’antichità al presente hanno provato a definirne sviluppo e indirizzi. Quasi a prescindere dall’espansione del costruito sull’inedificato, del pieno sul vuoto. Ma nonostante le periferie non siano più, anche topograficamente a causa dell’estensione verso l’esterno, quelle descritte da Pasolini, continuano a sopravvivere e a crearsi aree di degrado. Architettonico e ambientale insieme. Perché l’uno è parte, causa ed effetto, dell’altro. Architettonico come quello di Tor Bella Monaca e Corviale, oppure di Torre Spaccata. Ambientale come quello tra San Lorenzo e i Monti Tiburtini, raccontato da Angela Bubba in uno dei capitoli di MaliNati (Bompiani, pagg. 374, euro 17,00). Città parallele che convivono, spesso, l’una accanto all’altra, senza mai incontrarsi. La storia di queste marginalità ha nomi, noti solo a pochi. Come quello dell’ex Asl di via Tempesta, al Pigneto, occupata da famiglie di tante nazionalità. Come quello dell’ex magazzino militare all’inizio di via Ostiense, appena dopo il cavalcavia ferroviario. Oppure quello di Metropoliz, un’ex area industriale Fiorucci abbandonata da dodici anni, lungo via Prenestina, a Tor Sapienza, periferia a sud-est di Roma.
Qui gli architetti Rossella Marchini e Antonello Sotgia, due nomi storici della controurbanistica romana, proponevano un progetto di 200 nuovi alloggi, in applicazione della delibera del 2007 che consente di trasformare i capannoni industriali dismessi in edifici residenziali, a condizione di destinare una quota all’emergenza casa.
Invece niente. Al posto del progetto l’esperimento della comunità meticcia, dopo l’occupazione a marzo 2009 da parte dei Blocchi precari metropolitani. In un’ala dello stabile si sono insediati i rom romeni, sgomberati dal parco di Centocelle nel novembre passato. In un altro settore ci sono le famiglie peruviane e quelle polacche. Mentre alcune stanze sono occupate da africani, maghrebini e domenicani. Oltre ad alcune famiglie italiane, anche molti bambini. Per un numero complessivo che si aggira sulle 200 unità. In un’area di quasi tre ettari, divenuta di proprietà del costruttore Salini, borgata abusiva del XXI secolo, luogo di diversità condivise. Proprio per questo divenuto, con un’accelerazione nell’ultimo anno, spazio di sperimentazione. Nel settembre 2011 la Development Planning Unit (DPU) della University College London ha deciso di svolgervi la prima edizione del summerlab. Focalizzando l’interesse su un muro alto circa 2 metri con una sola apertura, che svolge quasi il ruolo di cerniera tra due corpi di fabbrica.
Prima, all'avvio dello scorso anno, ecco nascere lo Space Metropoliz. Un progetto che contiene l'idea di un film da realizzare con i “metro poliziani” e una serie di iniziative. Arrivano pensatori, performer, artisti, fotografi, writer. L'occupazione abusiva viene interpretata come una presa in custodia di un pezzo di città abbandonato a se stesso, come esempio di una società diversa. Space Metropoliz, curato da Silvia Litardi, chiama la borgata a trasferirsi sulla Luna, “patrimonio comune dell'umanità” senza padroni. È un invito ad andare oltre, a lasciare alle spalle i guai quotidiani. Ispirati dal Voyage dans la lune di Méliès (1902) viene costruito un razzo, un telescopio piazzato sulla torre che domina la borgata.
Così mentre si sogna lontano, vicino si prova a (soprav)vivere. Da un’occupazione è nata una sfida alla città. Partendo dalla rivendicazione del diritto all’abitare, prima si è immaginata e poi costruita un’altra città. Una storia di emarginazione è stata trasformata in un’occasione. Nella quale le istituzioni non hanno avuto alcun ruolo attivo. Sono rimaste a guardare quanto succedeva. Senza la forza di opporvisi, senza idee da proporre. Anche per questo Roma continua ad essere una città incompiuta. Una città che costruisce la propria avveniristica Nuvola ma che non riesce a dare dignità al popolo delle sue, troppe, favelas.

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