Andrea Tavecchio
Fisco e sviluppo
19 Giugno Giu 2012 2114 19 giugno 2012

I moralisti immorali contro Elsa Fornero. Sugli "esodati" basta bugie, leggete Ichino

Il sistema italiano ha per anni privilegiato chi vive con il debito pubblico e del debito pubblico ai danni dei ceti produttivi. Quando il sistema dei produttori non ha più retto il sistema è crollato provocando la caduta sia della prima che della seconda Repubblica. Appare vergognoso come chi ha provocato i danni largeggiando troppo anche con pensioni non sostenibili oggi tenti di gettare la croce adosso a chi i problemi tenta di risolverli. Come il Governo Monti che ha dovuto fare in due settimane quello che avrebbero dovuto fare i Governi precedenti nell’arco di due decenni come scrive Pietro Ichino sul suo blog:

Le bolle crescono lentamente, poi scoppiano tutto d’un tratto. Così è accaduto per la nostra spesa pensionistica: per decenni ci siamo consentiti di andare in pensione a cinquant’anni accumulando debito pubblico, poi debito per ripagare il debito e gli interessi sul debito, finché i creditori hanno incominciato a dubitare della nostra capacità di restituire il tutto. Così, di colpo, nel dicembre scorso, abbiamo dovuto rimettere i piedi per terra. Eravamo, noi cinquantenni e sessantenni, in malafede nera. Sapevamo da tempo che il sistema non poteva reggere in quel modo: tanto che nel 1995 abbiamo fatto la riforma delle pensioni necessaria; ma l’abbiamo applicata solo ai ventenni e trentenni, cioè ai nostri figli e non a noi stessi. Il Governo Monti, appena costituito, ha dovuto fare in due settimane quello che avrebbero dovuto fare i Governi precedenti nell’arco di due decenni, estendendo la riforma del 1995 a tutti. Naturale che in questo modo molti di noi cinquantenni e sessantenni siano rimasti scottati; ma la colpa non è del Governo che ha gestito lo scoppio della bolla: è di chi per tanto tempo ha lasciato che si gonfiasse.

Ora, certo, occorre curare le scottature prodotte dallo scoppio. Ma non certo tornando indietro rispetto alla riforma. Ai cinquantenni e sessantenni senza lavoro non dobbiamo tornare a offrire una pensione, ma un congruo trattamento di disoccupazione; e tutti gli incentivi e le agevolazioni possibili per favorire il loro ritorno a un’occupazione retribuita adatta a loro, ancora per qualche anno. Non dobbiamo farli uscire dal mercato del lavoro, ma far funzionare meglio questo mercato: non è affatto impossibile.


Per tutti i dati quantitativi e qualitativi disponibili sulla questione, e indicazioni più precise sulle misure più appropriate ed efficaci per affrontarla leggete questo link al sito di Pietro Ichino (cliccate qui).

twitter @actavecchio

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