Jacopo Tondelli
Post Silvio
19 Giugno Giu 2012 1656 19 giugno 2012

Signor Squinzi, non siamo al bar. Critichi la riforma ma eviti la sindrome dell’urlatore

Forse Squinzi ha ragione. O forse no. Forse la riforma del lavoro che faticosamente si avvia all’approvazione sotto il nume tutelare di Elsa Fornero non servirà a nulla o forse, almeno, obbligherà tutti a prendere confidenza di quanto tutto stia cambiando, nei rapporti tra datori di lavoro e dipendenti, tra società e lavoro.

Di una cosa però sono sicuro: un dibattito serio, fatto da persone serie, non si può chiudere con la definizione di “boiata” appioppata preventivamente alla riforma del mercato del lavoro. Una caduta di stile che, da una persona pacata e da un importante imprenditore come Squinzi, non ci aspetteremmo. Serviva e serve, all’Italia, un tempo di bonifica anche dei linguaggi, di recupero di quella serietà delle parole che è indispensabile quando il dibattito si fa serio, duro, aspro. Quando si confrontano (o dovrebbero confrontarsi) idee diverse di società. 

In Italia, invece, sembra confermarsi la tradizione di discussioni fatta di grida, insulti, battutacce da osteria, che servono poi spesso a coprire la pochezza dei fondamenti intellettuali si cui si dovrebbero stabilire le differenze di idee e di linea. Invece no: a dire che è una “boiata” si fa prima e costa meno. Ma adesso si prepari a spiegarsi de visu, Squinzi: la Fornero è andata da quelli della Fiom dell’Alenia, e parla con i giovani che la contestano ben più duramente. Difficilmente la ministra non chiederà spiegazioni ulteriori a Squinzi: che stavolta non potrà cavarsela dicendo che è tutta “una boiata”.

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