Africa Calling
20 Giugno Giu 2012 0016 19 giugno 2012

Richard e la Giornata mondiale del rifugiato

Oggi, in tutto il mondo, è la Giornata del rifugiato perché 61 anni fa l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e quindi anche l'Italia, ha approvato a Ginevra la Convenzione relativa allo status dei rifugiati. È una ricorrenza importante da celebrare, soprattutto per un paese come il nostro che al largo delle sue coste si è ritrovato sempre più spesso a fare i conti con i diritti – troppe volte negati – di queste persone.

Eppure, anche il 20 giugno rischia di diventare una data come tante altre, se non ci si ricorda che dietro a una giornata come questa ci sono persone in carne e ossa, con le loro facce, le loro emozioni e le loro storie. Questa è quella di Richard che, poche settimane fa, dopo due anni di attesa, ha ricevuto una risposta affermativa alla sua domanda di asilo politico.

“Sono arrivato in Italia il 25 maggio del 2010” racconta, come se fosse ieri. “Avevo ventisei anni, sono atterrato a Malpensa e ho capito che c'era qualcosa di diverso: l'aria non era più quella di casa mia. Ci sono arrivato da Accra dove mi sono rifugiato alcune settimane prima, quando avevo dovuto lasciare Lomé, la città dove sono nato e cresciuto, in Togo”.

Allora, nel paese che per 38 anni era stato governato col pugno di ferro dal generale Gnassingbé Eyadéma, c'erano appena state le elezioni e Faure Gnassingbé, figlio di Eyademà, era stato riconfermato presidente. Gli osservatori dell'Unione Europea avevano definito il voto ricco di irregolarità e l'opposizione era scese per alcuni giorni in piazza a protestare.

“Nel mio quartiere – ricorda Richard – ero responsabile della sezione giovanile del partito d'opposizione Ufc, l'Unione delle Forze per il Cambiamento. Durante le manifestazioni, la casa di un funzionario di Polizia vicina alla mia era stata assalita e bruciata dalla folla. La mattina seguente, alle quattro, le forze dell'ordine arrivarono a prendermi: per il solo fatto che militassi nell'Ufc, pensavano che fossi uno dei responsabili, ma non era così”.

I suoi genitori però hanno fermato gli agenti e gli hanno dato modo di scappare. Prima dalla finestra e poi dal paese, grazie ad un mototaxi che lo ha portato nel vicino Ghana. “Da allora non li ho più rivisti” spiega, prima di raccontare come ad Accra abbia comprato un passaporto falso che gli ha consentito di volare nel nostro paese. In carcere, però, ci sono finiti sua madre e suo padre: la prima è stata rilasciata dopo alcuni giorni, il secondo ci è rimasto fino a quando, un anno dopo, è morto in circostanze non chiare. “Quando l'ho saputo – dice, tenendo fra le mani una foto del genitore defunto – ho rischiato di andare fuori di testa: ero in un paese lontano, senza documenti né prospettive e mi era arrivata una notizia tanto terribile”.

Nel frattempo, infatti, Richard si era visto respingere la domanda per ottenere lo status di rifugiato e aveva quindi cominciato la trafila burocratica per il ricorso, conclusosi in modo positivo solo alcune settimane fa. “L'Italia non è male – sostiene – ma i documenti e il lavoro sono i due problemi più grossi. Ora che uno l'ho risolto, devo concentrarmi sul secondo”. E infatti, mentre racconta viene interrotto dal telefono: gli comunicano che giovedì, in centro, comincia il corso da commesso al quale si è iscritto.

“In Togo avevo un negozio di accessori per cellulari. Ho preso da mio padre: anche lui vendeva vestiti e fin da piccolo ho imparato il mestiere da lui” spiega mentre sventola i fogli con l'esito positivo del ricorso e un permesso di soggiorno di cinque anni. “È arrivato a fine maggio e, quando l'avvocato mi ha telefonato per darmi la notizia, ho pianto per mezz'ora”.

Per lui, come per tutti i 58mila rifugiati presenti in Italia, avere i documenti è un passo fondamentale verso una vita normale nel loro nuovo paese. “Quando avrò qualche certezza in più – progetta Richard – potrò portare qui in Italia anche mia figlia Sandra che ha sette anni. Penso solo a quello. É rimasta con mia madre a Lomé e, da quando sono fuggito, non l'ho più vista. L'altro giorno, via Skype, mi ha detto che non ero suo papà perché non mi vede mai. E ho avuto paura”.

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