Jacopo Tondelli
Post Silvio
21 Giugno Giu 2012 0943 21 giugno 2012

Ferrara spiega ad Ingroia la differenza tra diritto e storia (e tra giudici e preti)

Niente da dire, ancora una volta Giuliano Ferrara l’ha detto bene, proprio come avrei voluto dirla io. Ieri il magistrato palermitano Antonio Ingroia spiega all’Unità perché è giusto intercettare foss’anche il presidente della Repubblica, per capire se lo stato italiano ha trattato con la mafia. Potrebbe non essere reato e Ingroia lo sa bene: ma sarebbe moralmente ed eticamente accettabile una trattiva tra lo stato e Cosa Nostra? La risposta di Ingroia è evidentemente no; la nostra è che un magistrato deve accertare i reati, non aprire processi per dare materiali agli storici e interrogare le coscienze. O no?

In ogni caso, Ferrara lo potete leggere integralmente qui, ne vale la pena. All’Elefantino, per me, resta solo una domanda tutta politica, lontana dalle pericolose confusioni culturali di chi, come Ingroia, si incasina perdendo il senso delle differenze tra diritto e coscienza, tra aule di tribunale e storia. E la domanda è questa: perchè la politica italiana, in questi venti anni che ci separano dalle stragi, non ha saputo o voluto sciogliere davvero questi nodi? Perché una riforma della magistratura che passasse per una seria e responsabile primazia della politica ha lasciato tutte le cose al loro posto (che era quello sbagliato)?

È roba da storici, da giornalisti, da uomini liberi. Tra di noi, arrivati a questo punto, dovremo proprio parlarne: anche per difenderci da chi, più o meno in buona fede, confonde il diritto con la politica e dimentica che il primo è, in democrazia, figlio della seconda. 

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