Federico Iarlori
From Paris with blog
22 Giugno Giu 2012 0949 22 giugno 2012

L'affaire Twitter: quando bastano meno di 140 caratteri per decidere un risultato elettorale

Se è vero che l'espressione "lol" da ieri è entrata a far parte dell'edizione 2013 del dizionario Petit Robert, perché non credere che un tweet possa aver deciso la sconfitta elettorale della socialista Ségolène Royal alle recenti legislative? In Francia il dibattito ha monopolizzato la stampa nei giorni successivi ai risultati elettorali: se la nuova première dame Valérie Trierweiler - ci si chiede - non avesse sostenuto dal suo account Twitter l'elezione di Olivier Falorni (socialista dissidente che si è candidato nel dipartimento della Charente-maritime contravvenendo agli ordini del partito), la Royal avrebbe vinto come da pronostico? Di certo non si sarebbe scatenata un'immensa tempesta mediatica sulla première dame. Un accanimento che manco ai tempi di Carlà.

Ben vengano le polemiche, ovviamente, ma - come scrive giustamente Vincent Glad sul magazine on line Slate.fr - ci siamo mai chiesti perché su tutti i giornali si sia parlato di "Affaire Twitter" (o Affaire du tweet, o di Valérie Twitterweiler) o perché si siano utilizzate spesso espressioni del tipo "sono bastati meno di 140 caratteri per..."? In altre parole: perché si parla non di cio' che pensa la Trierweiler, ma di come abbia reso pubbliche le sue opinioni? Insomma, mai come nell'epoca dei social network, "il medium è il messaggio", per usare la frase trita e ritrita di Mc Luhan, anche se forse si sbaglia nel porre l'accento su certe caratteristiche di questo medium, anziché su altre.

Che "bastino meno di 140 caratteri" per produrre delle conseguenze concrete più o meno gravi, ad esempio, non è affatto sorprendente: un comunicato stampa in cui si rendono pubbliche le dimissioni di un capo del Governo puo' contarne anche meno. Senza considerare, inoltre, che un tweet non scatena da solo una bufera, o almeno non se privato dell'aiuto dei media tradizionali. L'accento andrebbe posto più che sulla brevità del post, sulla brevità della sua esecuzione. Tra il momento in cui si pensa a cosa scrivere, e il momento in cui il messaggio è irrimediabilmente inviato, passano talmente pochi secondi che si esclude ogni possibilità di ripensamento (supremazia della componente istintuale).

A questo bisogna poi aggiungere che Twitter, per la sua stessa natura, esclude qualunque tipo di filtro prima della pubblicazione. Un politico è in grado di lanciare un messaggio direttamente dalla sua sfera privata (un iPhone mentre beve un caffé) e fare in modo che si riversi direttamente nel cuore del dibattito pubblico. A separare i due mondi non c'è che un semplice clic. Insomma, una manna per i giornalisti; un incubo per i politici. La povera Valérie, infatti, sta pagando a caro prezzo quello che lei stessa ha definito un errore. Invitata "ad essere più discreta" da tutti i vertici del Partito Socialista, è stata bacchettata anche dalla maggioranza dei francesi: due su tre pensano che abbia sbagliato. E il suo compagno-Presidente? Beh, anche lui non l'ha presa bene. Secondo il settimanale Le canard enchainé, le avrebbe consigliato di restare in punizione all'Eliseo piuttosto che assistere all'omaggio nazionale ai soldati caduti in Afghanistan. Meno male che i nostri politici Twitter non lo sanno usare, altrimenti ne avremmo viste delle belle.

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