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23 Giugno Giu 2012 1655 23 giugno 2012

Il sushi e l'incubo "All you can eat"

A Milano, da un pò di anni a questa parte, si è aggiunta una parola al dizionario del milanese e presunto tale: sushi.

Dopo top, cool, fashion, collaboro e week end, un'altra parola che non può mancare nelle conversazioni tra amici è proprio sushi oppure giappo, che comunque vuole indicare il sushi e non in generale la cucina giapponese che interessa a quasi nessuno.

Il sushi rappresenta il cibo perfetto per il milanese perfetto, teoricamente non fa ingrassare, è decisamente chic nella forma con cui viene servito e i ristoranti giapponesi, solitamente, hanno un arredamento minimal-chic, appunto. Unica pecca: il prezzo.

E' pressoché impossibile spendere meno di 40€ a testa mangiando decentemente (e senza morire di fame date le porzioni, anche loro minimal come l'arredamento); ma da un pò di tempo una nuova formula ha fatto il capolinea in alcuni ristoranti giapponesi un pò più cheap (certamente non da Zero o Finger's a Milano, s'intende): All you can eat aka mangi quello che vuoi e senza limiti ad un prezzo fisso.

La cosa mi ha fatto sempre rabbrividire: come si fa a mangiare cibo giappo di qualità a così poco?. Ma una amica mi convice e andiamo in un posto che propone la formula a pranzo. La cosa che non mi dice la mia amica, prima di andare, è che se lasci qualcosa sul piatto... la paghi.

Praticamente se prendo una chirashi di salmone e non mangio due granelli di riso devo pagarli? Una specie di gioco della paranoia.

Ormai è troppo tardi, siamo sedute, abbiamo ordinato leggendo un menù dove non sono illustrati o spiegati alcuni piatti, cosa chiaramente strategica per farti entrare nel pallone per portarti a scegliere cose che sicuramente non mangerai e che sarai obbligato a pagare. Infatti l'errore lo facciamo pure noi ordinando tre coni che nè io nè lei mangiamo. Intanto arriva sushi misto, tartare, sashimi, edamame, miso, tempura (ok, noi forse abbiamo un pò esagerato) e dopo qualche minuto il tavolo era pieno e pure la nostra pancia. Oltretutto, come mi aspettavo, la qualità del cibo è bassa (ti credo, penserete).

Inizia l'incubo... e il calcolo di quante cose dobbiamo pagare. Loro poi non ti aiutano per niente, anzi ti guardano con aria sospetta, forse pensano che potremmo nascondere qualcosa sotto il tavolo o dentro la borsa (in effetti ci avevamo pensato). Appena arrivano poi gli spaghettini di soia con gamberi è la fine: sono in quantità industriali.

Morale della favola: abbiamo speso il doppio mangiando male e per qualche settimana non voglio più saperne di tutto ciò che è fatto con riso e pesce.

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