Mi chiamo America latina
23 Giugno Giu 2012 0438 23 giugno 2012

In Paraguay, come in Italia, è Democrazia

Gli ingredienti per creare un nuovo caso politico alla “sudamericana” ci sono tutti. Un presidente di sinistra eletto democraticamente, destituito legalmente dal congresso di destra, l’opinione pubblica nazionale e internazionale divisa sulla questione, e lo scoppio di scontri in piazza.

Chi grida al colpo di Stato e chi considera il procedimento come necessario e a difesa della democrazia. Né colpo di Stato, né nitida democrazia, come spesso accade, la verità sta in mezzo: salta un presidente promettente, ma fumoso, eletto grazie ad un pernicioso patto con parte dell’opposizione, che non gli ha mai dato i numeri per governare seriamente uno Stato, piccolo, ma in piena espansione economica e pieno di contraddizioni sociali da risolvere.

Siamo in Paraguay. Con 39 voti favorevoli e soli 4 contrari, il Senato guaranì ha “licenziato” Fernando Lugo, l’ex vescovo cattolico alla guida del paese dal 2008. Lugo, che se pur contrariato ha accettato la decisione, è stato considerato colpevole di cattivo disimpegno nell’assolvere il proprio dovere. Alla base del cosiddetto processo senatoriale, svoltosi ad Asunción, ci sono cinque ragioni ufficiali, molte di queste risalenti a fatti accaduti negli scorsi anni. Tra queste figura l’istigazione alle invasioni di terre nella zona di Ñacunday o l’incapacità di far fronte all’insicurezza crescente. La goccia che, per così dire, ha fatto traboccare il vaso riguarda la mattanza di Curuguaty, avvenuta la scorsa settimana, nella quale tra contadini e poliziotti hanno perso la vita 17 persone.

“Il vescovo dei poveri”, da sempre appoggiato da gruppi di contadini, è stato accusato in più occasioni di aver fomentato la lotta di classe e l’occupazione terriera. Un’invocazione alla lotta che in qualche maniera ha contribuito ad aumentare la violenza nel paese ma che, concretamente, non si è mai potuta tradurre in legge. Il motivo è molto semplice: Lugo non ha mai avuto i numeri nel Congresso.

La sua vittoria, nelle elezioni del 2008, venne stata salutata dalla sinistra guaranì come la fine di un’era. E, dopo sei decadi di governi di destra con il Partido Colorado, in effetti era così. Ma il problema per il mandatario ex prelato, fin dal principio, sono state le alleanze: in primis quella con il Partito Liberal di centro-destra del vice presidente, oggi subentrato alla guida del paese fino al 2013, Federico Franco. Due scuole di pensiero diametralmente opposte mai andate troppo d’accordo, nemmeno dopo la vittoria elettorale. Anche per questo il voto del Senato non è altro che un voto politico, assolutamente legittimo e per questo democratico.

Resta il fatto che non è la prima volta che succede in Paraguay. Dove, adesso, non governa qualcuno scelto direttamente dal popolo. Il cosiddetto processo senatoriale, infatti, ha fatto dimettere in totale tre mandatari nella storia recente della nazione. Lo Stato guaranì, uscito da una dittatura trentennale appena ventitre anni fa, si conferma dunque un paese nel quale si fatica a chiudere una legislatura. E anche questo non è esattamente il miglior parametro di una sana democrazia.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook