A mente fredda
25 Giugno Giu 2012 2350 25 giugno 2012

Bersani apre a Casini? Come la tattica può distruggere la strategia

Lo pensavo nel 2006, l'ho ripetuto dopo le ultime amministrative: il concetto di "moderati" che appassiona tanti nostri strateghi della politica è quanto di più scivoloso si possa immaginare, e deve essere profondamente ripensato. L'idea che il centro dello schieramento politico sia uno spazio immediatamente identificabile attraverso propri valori e con una propria precisa proposta politica ed economica, che tendenzialmente corrisponde nelle sue linee generali alla dottrina sociale e morale cattolica, della famiglia tradizionale, del risparmio prudente, di uno stato sociale contemporaneamente rassicurante e non invasivo delle finanze familiari, secondo gli schemi interpretativi filtrati dal partito cattolico dominante nel sistema partitico repubblicano classico, ha radici storiche profonde e pienamente comprensibili, ma non è così ovvia se guardiamo al progressivo modificarsi del comportamento elettorale post-1992. Da allora in poi, in effetti, sembra di trovarsi di fronte a un "centro" di elettori effettivamente indecisi, che non si fanno portatori di una proposta politica in cerca di suoi interpreti, ma che attendono quella più convincente e incisiva, anche se ben lontana dagli apparenti canoni del "moderaltismo". Alla fine, è questo elettorato ad aver alimentato gli exploit di Lega, Berlusconi, Di Pietro, e ora Grillo, gente certo non ascrivibile a programmi e attese costitutivamente "moderati".

Sembra aver capito l'antifona Casini, che pare rinunciare definitivamente all'aspirazione di un'intera carriera, ovvero a proporsi come aggregatore di un soggetto politico il cui ruolo di fondo avrebbe dovuto essere proprio la rappresentanza del centro moderato italiano. Paradossalmente, sembra non averlo capito assai meno Bersani, il leader più rappresentativo del partito che, allo stato attuale delle cose, dalla definitiva crisi di ogni opzione integralmente "centrista" avrebbe maggiormente da guadagnare. Oggi, infatti, il segretario PD apre formalmente a un patto di programma con l'UDC, scatenando reazioni scomposte da parte di tutto l'agone politico. Perché le conseguenze di tutto questo sono facilmente immaginabili: l'alleanza di centro-sinistra, già ora piuttosto composita e con qualche membro irrequieto, si apre a un nuovo gruppo dirigente, che sul tavolo del programma andrà a battere i pugni, visto che non si tratta di un partito dalla forte connotazione personale o di un fragile movimento di opinione, ma di un gruppo che intende farsi portavoce al massimo dell'integrità programmatica di agenzie di grande peso nella vita pubblica italiana, in primo luogo la Chiesa cattolica.

Se insomma nel centro-sinistra, e persino all'interno del partito egemone della coalizione, c'era il problema che erano troppi a parlare e a voci non sempre intonate, l'idea di aggiungere un altro corista che va per conto suo è decisamente destabilizzante. Per ottenere cosa, poi? I voti di un settore dell'opinione pubblica che in buona parte avrebbe finito per guardare al PD (almeno, a un PD meno intento a contemplare il suo ombelico) per forza di cose. Da un lato, venendo meno le rendite di posizione di alcune forze minori, e con l'impegno a mantenere una soglia minima di credibilità, il Partito democratico avrebbe rappresentato il riferimento obbligato per una bella fetta di elettorato che si cerca di pescare con questa manovra; dall'altro, l'elettorato a riferimento UDC non disponibile a una "conversione" verso un centro-sinistra strutturato e dotato di un minimo di autorevolezza è caratterizzato da pregiudiziali tali che, nel medio-lungo periodo, finirebbero comunque per portarlo all'abbandono del partito di Casini in caso di un suo incorporamento a sinistra.

Insomma, quello che Bersani sembra guadagnare da questa apertura non è altro che ciò che il PD riceverebbe comunque, prendendosi però anche carico di un gruppo di vertice in più con cui contrattare: il tutto nell'ambito di un discorso sull'"allargamento delle intese" forse ammantato del fair play di una maggiore partecipazione all'area della governabilità, ma sicuramente perdente sul piano funzionale, visto che replicare (almeno in parte) sul piano delle alleanze politiche le larghe intese che ora reggono il governo tecnico è controindicato per l'erosione di consenso che inevitabilmente porta (e che un governo non a termine non può permettersi).

Viene allora da chiedersi perché andarsi a impelagare in questo pasticcio. La risposta più interessante pone la questione su un piano squisitamente tattico: Bersani cerca di limitare il margine d'azione e il bacino di consensi di Renzi in vista del confronto per le primarie. Così Carlandrea Poli:

in caso di vittoria Renzi potrebbe davvero pensare di guidare la foto di Vasto allargata a Casini in nome del liberismo di sinistra? È possibile supporre che il suo successo vedrebbe gli altri soci della coalizione defilarsi un minuto dopo? Sono dubbi ben radicati nelle menti degli osservatori, che se sollevati a dovere nella campagna delle primarie potrebbero spingere gli elettori a credere nell’inevitabilità di Bersani quale candidato premier unificatore del centrosinistra in Italia.

Viene allora da chiedersi se, in nome di questa contrapposizione interna, valga davvero la pena mettersi in un progetto che in modo così evidente mostra più ombre che luci. La strada più lineare non sarebbe stata quella di tentare un dialogo diretto con l'elettorato in fuga dai partiti moderato-conservatori che proprio ora mostrano la corda, attraverso la valorizzazione di una proposta politica forte e immediatamente identificabile proprio perché elaborata da una coalizione più omogenea e controllabile, come quella con cui il centro-sinistra si è presentato alle ultime, tutto sommato positive in questo clima di bufera, uscite elettorali? E questo non si potrebbe ottenere al massimo integrando ai vertici della coalizione, e facendo partecipare alla configurazione degli accordi programmatici, lo speaker del PD che rappresenta la punta più avanzata del dialogo del partito con i settori socio-culturali più estranei allo "zoccolo duro", ovvero quel Matteo Renzi che invece si cerca ogni giorno di marginalizzare? Non dovrebbe essere questa promozione dell'aggregazione e della partecipazione, più che la coltivazione di ardite geometrie nei contatti tra le segreterie e nelle convergenze di vertice, la missione di lungo periodo di un partito a vocazione "plurale" e non ristretto al pubblico tradizionale dei suoi aderenti come il PD nel progetto originario? Dirò di più: il Bersani che si è battuto con onore (ma purtroppo con successi sostanziali assai magri, e ancora lo scontiamo) per la semplificazione e le riforme liberalizzatrici, non è più vicino all'hard core del cosiddetto "renzismo" più di quanto non sembri, e sicuramente più di quanto lo costringa un rapporto ormai logoro con la sinistra interna di Stefano Fassina, tenuto in vita sostanzialmente per la gestione della maggioranza negli organigrammi democratici? Io sto cominciando a chiedermelo seriamente.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook