Cazza la randa
25 Giugno Giu 2012 1423 25 giugno 2012

La vicenda di Federico Aldrovandi vista con gli occhi di un papà

Quando Federico Aldrovandi, quel maledetto 25 settembre di sette anni fa, venne ammazzato da quattro balordi poliziotti, come la Cassazione ha definitivamente decretato negli scorsi giorni, io ero da poco diventato padre per la prima volta. La tragica vicenda del giovane Federico mi colpì terribilmente. Per la dinamica dei fatti, certo. Perché è bestiale che quattro uomini si avventino su un ragazzo inerme, come hanno fatto quattro schegge impazzite in divisa ai danni di Federico. Ma il fatto mi sconvolse anche perché, da neopadre, mi misi immediatamente nei panni dei genitori di Federico. Cioè di chi, mosso da una tensione protettiva, a volte per la verità insana, nei confronti dei propri figli, non è riuscito a scongiurare una morte che doveva essere evitata.

Mi sono immaginato, la sera prima dell’omicidio, al posto dei genitori di Federico. Di coloro i quali salutano, magari con distrazione, ma pur sempre amorevolmente, il proprio figlio dopo cena ed invece del suo ritorno a casa dopo la festa in discoteca, vedono arrivare chi ne annuncia la morte. Ho pensato a quanto dolore, ma anche rabbia e frustrazione devono aver patito la mamma ed il papà di Federico. Per non aver potuto proteggere, come avrebbero fortemente voluto, il proprio figlio dal vile pestaggio di quattro sciagurati.

L’istinto protettivo dei genitori di Federico, ne sono convinto, si è spinto fino a voler essere al suo posto al momento in cui uno dei 54 colpi inferti ne provocò il decesso. E poi, ricordo bene, come guardando mio figlio negli occhi, ho provato paura e un grande senso di smarrimento pensando alla disperazione per aver perso la cosa più preziosa al mondo; ma anche al fatto di essere condannati a vivere nel rimorso di non aver potuto fare nulla per sottrarre il proprio figlio alla morte. A quella morte. Così stupida e così feroce.

In questi anni ho seguito l'iter processuale. Come tanti. Di giudizio in giudizio, toccato nel profondo da una vicenda così assurda, ho continuato a vestire i panni dei genitori di Federico. Ossia di chi, pur sapendo che non servirà a restituire alla vita il proprio figlio, lotta strenuamente per avere giustizia in un Paese in cui non sempre questa fa il suo corso naturale.

Questa volta, dopo sette anni di battaglie processuali, è arrivata la sentenza definitiva, che a noi spettatori, più o meno partecipi del dolore dei genitori di Federico, ha fatto almeno tirare un sospiro di sollievo. Ai genitori arriva la consolazione di aver vinto una durissima lotta per la verità, che comunque, come loro stessi hanno detto, non potrà mai colmare il vuoto per la morte del figlio.

Dispiace che, in tutto ciò, il ministro Cancellieri, affermando “se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, è giusto che vengano colpiti” abbia avuto scarso garbo istituzionale nei confronti della magistratura. Ma soprattutto abbia perso l’occasione per stare tecnicamente in silenzio, mettendo in discussione la piccola, ma amara vittoria a cui si sono aggrappati i genitori di Federico. Nel nome di Federico.

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