Città invisibili
25 Giugno Giu 2012 2114 25 giugno 2012

Roma, al Porto fluviale l’ex magazzino militare è un’ “isola”, abbandonata

A Roma, appena fuori dalle mura Aureliane, bypassato da via Ostiense, c’è un quartiere nel quale le opere appena realizzate e quelle in cantiere lasciano immaginare grandi cose. Un fermento edilizio che lascia presupporre un governo del territorio più che saldo. Un’idea generale da compiersi con aggiunte successive. Un piano urbanistico nel quale non ci sia spazio per zone d’ombra. Il nuovo ponte ferroviario fra via Ostiense e circonvallazione Ostiense, 400 metri di strada, due carreggiate separate e a 3 corsie per senso di marcia e una pista ciclabile di 150 metri per ogni senso di marcia. Il Campidoglio 2. Gli ex Mercati Generali. Tessere di un mosaico preordinato. Invece, a ben guardare, non lontano da quel ponte avveniristico e di quelle aree nelle quali il pubblico e il privato dovrebbero trovare sintesi perfetta, c’è un’isola. Che nulla sembra avere in comune con quanto il quartiere racconta. Un’isola abbandonata a sé stessa. Un posto che solo un occhio spalancato può cogliere. Uno di quei luoghi che potrebbe entrare senza alcuna difficoltà in “Isole. Guida vagabonda di Roma”, pubblicato alcuni anni fa da Marco Lodoli (pagg. 144, Einaudi, euro 10,00). Una delle piccole, grandi, scoperte, che la Città offre a chi è in grado di accorgersene.
Un ex magazzino militare all’inizio di via Ostiense, appena dopo il Cavalcavia ferroviario. Circa 46 mila metri cubi su mezzo ettaro, occupato nel giugno 2003, quando il coordinamento di lotta per la casa decise un’azione sullo stabile abbandonato da anni. Duecento nuclei famigliari, ridotti col tempo. Fino al centinaio attuale, nel quale sono decine i bambini che vanno a scuola. Marocchini, peruviani, moldavi, tunisini, rumeni, equadoregni, senegalesi. Oltre ad alcuni italiani. Persone in gran parte pienamente integrate nella società romana, ma costrette a vivere nell’edilizia perduta. Insediamenti dalla funzione perduta, recuperati alla meglio. In assenza di case popolari. In assenza di un’amministrazione che provi a rispondere a delle esigenze.
E’ così che hanno provveduto da soli. Arrangiandosi anche. Con il cartongesso, hanno ricavato nuovi spazi all’interno di quelli del magazzino, percorso al secondo e terzo piano perfino da una rotaia. Hanno fatto un bagno con doccia per ciascuna, le tubature, la corrente elettrica. Tutto pienamente funzionale e funzionante. E poi regole di civile coabitazione. Nessuna violenza verbale o fisica e niente droghe. Una volta la settimana, assemblea guidata da un direttivo nominato a rotazione per mandare avanti l’ “unité d’abitation”. C’è una sala da the aperta al pubblico che si affaccia sulla strada, i lunghi corridoi sui quali affacciano le “case”, il Cortile, lo spazio esterno, al centro del complesso. I “fluviali” organizzano spesso presentazioni di libri, dibattiti, aperitivi e party, che servono a racimolare fondi per la manutenzione.
Le difficoltà hanno cementato il gruppo, trasformato le diversità in modalità differenti di dare risposte ai problemi comuni. Le sofferenze individuali sono state lenite nella socializzazione.
Tra un anno il Ministero della Difesa metterà l’immobile all’asta per far cassa. L’acquirente potrà aumentare la cubatura di un terzo trasformando tutto in appartamenti, negozi e uffici. La mini-borgata in piena città, sovrastata dalla ferrovia, rischia la chiusura. Quel microcosmo che vive senza interferire nel suo intorno potrebbe essere spazzato via. E con esso Roberto Suarez, il quarantatreenne peruviano, studente in sociologia. Abdul, marocchino quarantenne, che ha descritto la sua casa in un libretto dal titolo “Mi piace questo posto”. E tutti gli altri.
Colpisce più di ogni altra cosa che proprio accanto alla città che cresce, che aumenta i propri servizi, che fornisce nuove occasioni, convivano isole sperdute. Come quella del Porto fluviale. Aree ignote ai più, nelle quali si parlano tante lingue, si costruiscono dei “presenti” nei quali non è contemplato il futuro. Lì, persone abbandonate, cercano di sopravvivere. Utilizzando le carcasse fatiscenti di strutture abbandonate. Fornendo un esempio di quel che si potrebbe fare. E che loro hanno fatto.
Anche topograficamente sono lontane le borgate descritte da Pasolini più di cinquant’anni fa e rivisitate più di recente da Siti ne Il Contagio (pagg. 339, Mondadori, euro 18,00). Ma in fondo quelle persone dalle tante provenienze non sono così differenti dal Tommaso Puzzilli, protagonista di Una vita violenta. Quell’emarginazione, nata anche dalla lontananza dalla città ufficiale, esiste ancora. Sono cambiati solo i nomi di quella storia sbagliata. Forse, solo un pò meno sbagliata.

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