Anamorfosi
25 Giugno Giu 2012 1939 25 giugno 2012

Storie di stra-ordinari compleanni

In una domenica oziosa mi sono imbattuta in un programma televisivo americano, sfortunatamente doppiato e importato su rete italiana, che racconta le gesta di mamme generalmente danarose tutte prese nell’organizzazione della festa di compleanno dei loro figli.


Vorrei raccontare due storie.


La prima. Una madre si fa in quattro per confezionare un grazioso abitino per la figlia; lo cuce di notte, anche se le si deturpa il contorno occhi, ma la bimba (di quattro anni) deve avere il vestitino più bello, è la principessina che tutti devono ammirare estasiati, rapiti. E poi ci sono le giostre da piazzare in giardino, il pony che traina la carrozza principesca sulla quale la famigliola si palesa agli invitati, qualcosa di simile ad un bungee jumping per bambini, statue di ghiaccio che inspiegabilmente non si sciolgono, eccetera. L’ideale estetico è quello del Kitsch che, dice Kundera (cfr. L’insostenibile leggerezza dell’essere), si fonda su un certo “accordo categorico con l’essere”, quello di “un mondo dove la merda viene negata e dove tutti si comportano come se non esistesse” (p. 254). È la cultura (o il culto) della parata, in cui si ostentano cose che luccicano, come una deliziosa bambina ben agghindata, o enormi gioielli nuovi di pacca. Perché la mamma è sì indaffarata nei preparativi, ma certo non intende passare inosservata. E chissà che cosa tutto questo significa per lei, a quale voragine occorre mettere una pezza per far finta che non ci sia.


La seconda. Un’altra madre vuole organizzare un party in grande stile per il bambino di dieci anni. A lui piacciono i ballerini di hip-hop, le cose da maschio, i giochi. Ma la mamma non ha avuto una festa di nozze e così decide che il compleanno verrà celebrato in una sontuosa sala con il caminetto e con la musica anni Settanta. Il bimbo ci prova a dire la sua, non gli piace nemmeno il cibo previsto per la cena (troppa insalata…), ma né la madre, né il padre lo stanno a sentire. Il papà non osa contraddire la bella moglie, sposata in seconde nozze (infatti il bambino è un figlio acquisito); accenna solo qualche lamento relativamente al fatto che sia lui a pagare, ma alla fine la coppia elargisce inviti a destra e a manca, e metà degli invitati sono dei perfetti sconosciuti. Certo non degli amichetti del ragazzino, che è persino costretto ad indossare uno smoking. Le sue proteste vengono trattate come capricci, o come scomodi tentativi di sabotaggio che vanno aggirati, ad esempio dando un contentino: sì ai ballerini di hip-hop. Poi ancora statue di ghiaccio (che questa volta versano da bere), e quando la famigliola va a sceglierle in fabbrica si sente il figlio che dice: “Ma non c’è niente da bambini qui!”.


Che cosa accomuna queste due storie?

Difficile (e inutile, controproducente) sentenziare sul fatto che queste persone siano buoni o cattivi genitori. Eppure c’è qualcosa che apre al rischio della sofferenza personale e relazionale per il figlio, cioè il suo non essere riconosciuto come soggetto unico e in quanto tale portatore di una differenza. Il bambino prende qualcosa dalla mamma e qualcosa dal papà (“molto di quello che siamo ci viene dagli altri”, dice uno dei miei maestri), ma non è un clone né dell’una, né dell’altro. È valorizzandone la particolarità che i genitori possono adempiere alla loro funzione: dargli un posto nel mondo, un posto che sia autenticamente il suo. In queste storie “l’io voglio” di madri e padri satura quello spazio che dovrebbe essere lasciato vuoto per il figlio. In fondo eclissarsi, di tanto in tanto, può anche essere un atto d’amore.

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