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26 Giugno Giu 2012 1054 26 giugno 2012

“Civili a teatro” e il dramma in carcere

Sono tanti i messaggi in bottiglia che arrivano da un mondo sommerso, che ci ostiniamo a non voler vedere, nei centri storici o nelle periferie delle nostre città. Eppure ne potremmo raccogliere, aprire e leggerne a centinaia. Basterebbe recarsi davanti a quelle mura, quei cancelli altissimi, verso quei casermoni, ora arroventati dal sole.

Forse devo ritenermi fortunata se in condizioni di privilegio, come giornalista ed ospite della prima rassegna nazionale di teatro in carcere “Destinincrociati”, ho potuto visitare e stare vicino per qualche ora ad uomini e donne abbandonati dalla società.
Non so se c’è un modo positivo di raccontare la reclusione, la vita sempre uguale e senza tempo dei detenuti, delle detenute e dei bambini che a tutt’oggi vivono in carcere, con le madri.

Ma ha senso raccontare quello che di buono ho visto tra sbarre, celle e corridori bassi, cemento e soffitti opprimenti. Mentre aspettavo sotto una pensilina che arrivasse il mio turno per entrare, osservavo l’umanità dolente che entrava in visita alla Casa circondariale di Sollicciano, a Firenze.
Loro per portare pacchi e carezze ai colloqui, io per vedere uno spettacolo teatrale, frutto del lavoro collettivo di detenuti insieme registi ed autori impegnati da molti anni nel teatro sociale come Gianfranco Pedullà, in un sistema carcerario come quello toscano che da anni sostiene attività culturali e sociali per i reclusi, grazie ai contributi regionali.


Già, perché sembra strano, ma pur nella disperazione e nel disagio delle nostri sitituti di pena, un carcere su due ha una compagnia o un laboratorio teatrale o musicale. Ha innumerevoli associazioni di volontari che in silenzio, senza clamori, affiancano gli educatori con progetti che cercano di supplire ad un lavoro di riabilitazione e di reinserimento lavorativo drasticamente tagliato, in questi anni, come ha denunciato la stessa Severino, nei giorni scorsi.


Ministro di quello stesso Stato che con l’altra mano ha fatto raddoppiare in soli 5 anni i detenuti per violazione della legge sulla droga: dai 15 mila detenuti per questo reato nel 2006 ai 28 mila del 2011. Come dire la principale causa del sovraffollamento. Persone che dovrebbero avere un trattamento di cura e programmi di recupero. I primi però a finire dietro le sbarre per direttissima.


Ecco, in questo post oggi avrei voluto parlare degli spettacoli che ho visto, dell’emozione che ho provato vedendo uomini e donne liberi di recitare se stessi, ritrovare nelle parole di autori antichi o di drammaturgie contemporanee, un senso alla propria vita. Rispondere all'emarginazione e all'isolamento con fantasia e immaginazione. Avrei voluto parlare di chi mi ha stretto la mano e mi ha ringraziato per essere andato a trovarlo in un posto brutto come il carcere, per aver apprezzato con un applauso il lavoro di un’ora costato mesi di prove, divenute motivo di gioia, nel nulla del "dietro le sbarre".

Tutto questo, però, non è bastato a lenire il dolore e la debolezza di una giovane madre, una ragazza tossicodipendente, che tornando nella sua cella sola, ha deciso di suicidarsi, impiccandosi. Proprio lì, a Sollicciano il 23 giugno.

“La giustizia non è uno scannatoio”, diceva Shakespeare.

Ma così lo è.

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