Riccardo Puglisi
Una firma di tutto riposo
26 Giugno Giu 2012 2237 26 giugno 2012

Ebbene sì, ho letto Economia Canaglia della dottoressa Napoleoni

Ebbene sì: ho fatto il mio investimento di 10 euro per acquistare “Economia Canaglia” di Loretta Napoleoni, traduzione italiana dell’originale in inglese “Rogue Economics”. Mi viene voglia di riassumere in tre frasi il contenuto del libro: noi cittadini dei paesi sviluppati non ci accorgiamo di quali e quanti criminali, sfruttatori e schiavisti stanno dietro ai beni e servizi che consumiamo. Anzi, utilizzando la metafora ossessivamente utilizzata dalla Napoleoni stessa, esiste una “Matrix del mercato” che ci illude e ci impedisce di vedere gli abusi e i crimini sottostanti. Quali forze potrebbero essere capaci di sconfiggere questa Matrix che è più forte anche della politica? La Cina con il suo sviluppo impetuoso e ancora controllato dalla politica, e la finanza islamica, con i suoi spunti solidaristici tra chi prende e chi dà a prestito.

Come giudicare il libro? Contiene sicuramente un’interessante sequenza di aneddoti, conditi da numeri un po’ roboanti, un po’ sconnessi. L’intento polemico e militante è chiaro, l’oggetto di studio è più ampio di quello preso in esame da Saviano in Gomorra, mentre lo stile di scrittura è senz’altro di minore qualità rispetto a Saviano, ma non terribile. Ogni tanto affiora una tremontiana tendenza a ripetere come un mantra espressioni sloganistiche, come per esempio la “Matrix del mercato” di cui sopra.


Vi sono alcune parti del libro che ho trovato particolarmente interessanti e informative, ad esempio quella sulla pesca di frodo. Tuttavia, a proposito del tema di chi o che cosa sia capace di superare il modello capitalistico -ammesso che ciò accada- devo dire che l’ipotesi sulla Cina è abbastanza banale e già sentita, mentre non scommetterei un euro sulla vittoria del sistema finanziario islamico su quello occidentale. Con buona pace dell’autrice che preferisce scommesse in lire.

Dal punto di vista scientifico, che cosa si impara dalla lettura del libro? Ad essere tranchant, poco o nulla. La dottoressa Napoleoni non pare particolarmente preoccupata della distinzione cruciale tra correlazione e causazione. Detto in parole povere: il fatto che il fenomeno B cresca quando anche il fenomeno A cresce non vuol dire necessariamente che A causi B. Vi sono sempre spiegazioni alternative: ad esempio potrebbe darsi il caso che sia B a causare A, oppure può esistere un terzo fenomeno C che ha un effetto su entrambi. L’unico strumento che permette di dire con ragionevole certezza che A causi B è l’esperimento scientifico, cioè una procedura controllata attraverso cui si varia artificialmente l’ammontare di A per verificare che cosa succede a B.


Nessuno si nasconde il fatto che nelle scienze sociali gli esperimenti sono difficili da effettuare, se non direttamente impossibili, per ragioni pratiche ed etiche. Tuttavia, non è bello dal punto di vista metodologico vendere correlazioni per causazioni. Vi sono poi problemi di misurazione dei fenomeni: l’autrice sembra ritenere che il capitalismo sia causa di molti (tutti?) i mali, ma sarebbe importante avere informazioni precise sulla fase precapitalistica, per capire se le cose sono peggiorate o migliorate con l’avvento del capitalismo. In assenza di misurazioni affidabili non si può neanche credere alle correlazioni.

Ieri e l’altro ieri sono stato a un incontro di lavoro organizzato dal Collegio Carlo Alberto a Torino a proposito delle cause e conseguenze dell’immigrazione. Tanto per scoprire le carte, per parte mia ho presentato un lavoro empirico sul legame tra opinioni individuali sull’immigrazione clandestina e il telegiornale della sera preferito. I dati sono sugli USA e ancora una volta la questione cruciale consiste nel capire se le correlazioni tra opinioni e canale televisivo preferito siano in parte dovute a un effetto causale di persuasione, oppure siano interamente attribuibili al fatto che ciascuno sceglie il TG più vicino dal punto di vista ideologico-politico.


L’idea è questa: ci si spacca la testa su correlazione contro causazione e si cerca di non vendere per causazione ciò che causazione non è. Perché mai? Se non per onestà intellettuale, almeno per evitare di essere impallinati dalla propria audience di ricercatori che lavorano su questi temi, o che comunque hanno ben presente la differenza tra i due concetti.

Durante il workshop ho ascoltato analisi anche più capaci della nostra di raggiungere conclusioni convincenti sull’effetto causale del fenomeno X sul fenomeno Y. Ad esempio Mastrobuoni e Pinotti hanno cercato di identificare quali siano gli effetti dell’essere regolarizzati sulla propensione a compiere reati da parte degli immigrati. In che modo? Focalizzandosi sul fatto che –dopo l’ingresso nell’Unione Europea del proprio paese di origine- gli immigrati bulgari e rumeni diventano automaticamente immigrati regolari che non hanno bisogno di visto. Facendo particolare attenzione dal punto di vista statistico a confrontare simile con simile, cioè immigrati rumeni e bulgari con altri immigrati con caratteristiche simili ma provenienti da altri paesi, i due autori raggiungono la conclusione che la regolarizzazione riduce in maniera significativa il tasso di criminalità.

Mentre assistevo a questa presentazione mi girava per la testa un pensiero fisso: facciamo bene a spaccarci questa testa su correlazione versus causazione, oppure dovremmo imitare la dottoressa Napoleoni e scrivere libri divulgativi e reboanti che spiegano in un colpo solo come funziona tutto il mondo contemporaneo? Il mio gusto mi porta a preferire le analisi prudenti e le conclusioni caute su temi specifici, ma –senza scomodare il libro quinto della Repubblica di Platone- il rischio è che i ricercatori solidi e attenti se ne stiano chiusi in una torre d’avorio (o in un collegio a Moncalieri) a discettare su correlazione contro causazione, mentre economisti chiacchieroni e non particolarmente preparati fanno i consiglieri del principe e i leader dell’opinione pubblica.


Che fare? Anche attraverso una sana divisione del lavoro, credo che si debba attuare una strategia composita: in primis bisogna senz’altro andare avanti a fare ricerca empirica in maniera rigorosa ed umile, ma nel contempo è necessario impegnarsi a divulgare con linguaggio semplice e sensato i risultati di questa ricerca (o della ricerca altrui). Infine, è opportuno stroncare con precisione e senza falsi pudori le analisi che qualcuno vuole vendere come scientifiche ma che scientifiche non sono. Quasi un programma di governo!

@ricpuglisi

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