Diritti al punto
26 Giugno Giu 2012 2053 26 giugno 2012

Stavolta si decide prima (ovvero alcune considerazioni su Morgando, Bindi, Bersani e i matrimoni gay)

In queste ore di polemica, come quella che è scoppiata nel PD torinese e piemontese dopo la lettera di domenica scorsa con cui il segretario regionale Morgando ha stigmatizzato la partecipazione di numerosi consiglieri comunali, provinciali e regionali del PD alle celebrazioni simboliche di matrimoni gay (definiti da Morgando come "carnevalate" o "gesti folkloristici") avvenute durante il Torino Pride dello scorso 16 giugno, mi son chiesto se valesse la pena intervenire.

Eh sì, perchè ciò che colpisce maggiormente del gesto di Morgando è il profondo cinismo con cui è stato fatto, quasi mettendo in conto le dure reazioni che avrebbe provocato, pur di riconquistare una leadership dell'area moderata del PD messa fortemente in discussione dalla recente alleanza tra i consiglieri regionali piemontesi Davide Gariglio e Stefano Lepri (che ormai si muovono come una vera e propria "coppia di fatto" dell'integralismo cattolico piddino piemontese).

E quindi mi son detto che attaccare Morgando avrebbe fatto il suo gioco, consentendogli di fare la vittima dell'"intolleranza laicista" e magari costringendo i suoi avversari Lepri e Gariglio a solidarizzare con lui.

Ormai sono 12 anni che mi occupo a livello politico locale e nazionale di "diritti lgbt" e in questi 12 anni ne ho viste tante. Troppo spesso ho visto la distanza tra la vita concreta e quotidiana delle migliaia di famiglie omosessuali italiane e una politica cinica che solleva questi temi, senza affrontarli e soprattutto senza risolverli, per mere ragioni di posizionamento sullo scacchiere politico.

Non è un caso che Morgando nella sua lettera non sprechi mezza parola di rispetto e solidarietà nei confronti delle 30 coppie torinesi che sabato 16 giugno hanno scelto di mettere in campo il loro privato, le loro emozioni e i loro sentimenti nel nome di una battaglia politica, ma anzi che le uniche espressioni siano insultanti ("folklore", "carnevalata"). Perchè dei problemi di quelle famiglie (che Morgando e tanti con lui neppure vorrebbero definire tali, a dispetto della sociologia e soprattutto del buon senso) in fondo in fondo non gli importa niente: non sono altro che carne da macello utile a garantire un quarto d'ora di visibilità e magari la conferma di un riposizionamento politico.

Il motivo che, però, mi ha spinto a intervenire è che nella sua enfasi oratoria Morgando (e prima di lui Gariglio) sta distorcendo la realtà, raccontando truffaldinamente alcune cose non corrette.

Innanzitutto non è vero che lo stesso giorno del Torino Pride la Commissione Diritti del PD nazionale presieduta da Rosy Bindi stava approvando un documento che rappresentava una faticosa mediazione: non è vero, perchè - come raccontano bene le cronache politiche di quei giorni - la Commissione Bindi si riunì il 14 giugno (quindi due giorni prima) e non potè approvare un bel nulla perchè non c'era accordo al suo interno in particolare sul tema del riconoscimento delle coppie omosessuali. Il documento non fu quindi approvato, ma - stante l'indisponibilità assoluta della Bindi a modificarlo - fu inviato al segretario Bersani con i distinguo di molti componenti della Commissione (Concia, Marino, Pollastrini e Cuperlo in particolare) perchè valutasse lui cosa farne.

Lo stesso Bersani, intervistato dall'Unità domenica 17 giugno, affermava "quel documento, letto con attenzione, è una base di altissimo profilo che ci mette in grado di inquadrare le decisioni che dovremo prendere su una base molto solida. In quel documento c'è uno spazio enorme per decisioni anche più coraggiose che dovremo assumere con i nostri organismi prima e a livello istituzionale poi" e alla domanda se la lettera che lui scrisse al Gay Pride nazionale di Bologna la settimana prima fosse più avanzata, risponde: "Io sono stato più netto, alludevo già a una decisione ma la mia dichiarazione e questo documento non sono in contraddizione. Il documento è una base di partenza per una decisione che dovremo prendere. Stavolta si decide prima".

Eh sì, perchè se è vero che la Commissione Bindi in quei giorni stava varando, senza alcuna unanimità e con profondi dissensi interni, un documento, è altrettanto vero che, giusto una settimana prima, il PD era intervenuto nel dibattito pubblico attraverso la lettera che lo stesso Bersani aveva inviato al Pride nazionale di Bologna, in cui si affermava con chiarezza che "In tutto il mondo le forze progressiste, dal Presidente USA Obama al neo-eletto Presidente francese Hollande, sono impegnate a costruire un nuovo civismo in cui ciascuna persona possa avere pari diritti e pari opportunità di vita, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale e identità di genere. Il Partito Democratico non intende sottrarsi a questa discussione: non è accettabile che in Italia non si sia ancora introdotta una legge che faccia uscire dal far west le convivenze stabili tra omosessuali, conferendo loro dignità sociale e presidio giuridico, così come è intollerabile che questo Parlamento non sia riuscito a varare una legge contro l'omofobia e la transfobia.Sarà anche su questi temi, tra cui mi permetto di aggiungere il divorzio breve, l'introduzione del diritto di cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia, e il testamento biologico, che nei mesi che verranno di qui alle prossime elezioni politiche, si giocherà la nostra capacità di parlare al Paese".

Parole molto nette che garantivano ai nostri valorosi consiglieri la piena agibilità politica per l'azione che avrebbero svolto in piazza e che avrebbero dovuto far meditare Morgando, evitandogli di lanciare una fatwa nei loro confronti quanto meno inopportuna ed evitandogli di dover dismettere i panni del segretario di tutti per indossare quelli del capocorrente.

Credo che sia venuto per il PD il tempo in cui maturare, in cui sciogliere finalmente quei nodi, presenti sin dalla sua nascita, che gli hanno impedito di diventare un partito maturo. Come ha detto nei giorni scorsi Bersani, è tempo di un PD 2.0 che affronti e finalmente risolva temi quali quello della collocazione internazionale nell'ambito delle forze progressiste e di una soluzione positiva dei nodi che riguardano i temi etici.

Non è ammissibile che questi siano gli unici temi rispetto ai quali l'Assemblea Nazionale del partito non può esercitare pienamente la propria sovranità: si cerchino le soluzioni più avanzate, ma si consenta di votare, di emendare i documenti e di contarsi. Nel momento in cui l'ISTAT afferma che il 44% degli italiani è a favore dei matrimoni gay e quasi il 63% è a favore delle unioni civili, non è pensabile che il PD si presenti alle elezioni riproponendo la minestra riscaldata dei DICO, che riconoscevano alcuni limitati diritti solo ai singoli componenti la coppia, senza riconoscere la coppia in quanto tale. Affrontare le elezioni senza aver sciolto questi nodi significa andare incontro a sconfitta certa, significa non avere il polso della società. Stavolta si decide prima, come ha detto Bersani. Piaccia o non piaccia a certi (non tutti, per fortuna) cattolici del PD

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