Gaetano Farina
Leggere il mondo
27 Giugno Giu 2012 1130 27 giugno 2012

Dentro le fabbriche del lusso

Fra libri di self marketing, di igiene mentale e di consigli per la seduzione, la salute ed il benessere, la casa editrice Anteprima (legata a Lindau) piazza sul mercato anche qualche opera più impegnata come l’ultimo saggio intitolato “Made in Italy” teso a svelare il lato oscuro dell’industria dell’abbigliamento italiana. Il tema del calpestamento dei più elementari diritti umani e delle condizioni di barbaro sfruttamento in questo settore non è più all’ordine del giorno ed è quindi un gran bene che questo nuovo libro cerchi di riattualizzarlo. In 124 pagine, Giò Rosi (si tratta di uno pseudonimo) ci racconta, infatti, come la schiavitù, anche quella più estrema, esista ancora nel nostro mondo, specialmente nel settore del tessile e dell’abbigliamento, e non solo nelle fabbriche cinesi, ma anche nel cuore della vecchia Europa post-muro di Berlino. Si possono definire, a tutti gli effetti, “schiavi del terzo millennio” i milioni di lavoratori della moda appartenenti ad un'industria rapace che realizza capi di abbigliamento di qualsiasi genere e prezzo da vendere in qualsiasi area del pianeta, in primis quella occidentale.
L’autore, che è un addetto ai lavori e conosce quindi da vicino la “materia”, si concentra, in particolare, sui marchi del lusso, molti dei quali di origine italica. Aprendo questo libro, quindi, entriamo virtualmente nelle fabbriche di uno stato fantasma, fondato sull'illegalità, chiamato Transnistria, poi in Romania (dove, se gli indigeni pretendono troppo, si possono sempre importare operai dalle zone più povere dell'Asia), in una prigione bulgara convertita in fabbrica senza che si noti troppo la differenza e in molti altri luoghi ancora di totale e crudele sfruttamento.
Alla lettura di questo libro si può accompagnare la visione dell’ottimo documentario “China Blue” di Micha X. Peled, il primo film che penetra nella realtà lavorativa sfruttatrice di una fabbrica cinese, catturando immagini non solo dei luoghi di manifattura e dei dormitori, ma anche dei meeting dei manager e degli intensi negoziati di vendita con i compratori occidentali. Mentre per ulteriori approfondimenti si può far riferimento alla campagna internazionale “Abiti Puliti” (www.abitipuliti.org) che ormai da anni, anche qui in Italia, si impegna per assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori attraverso la sensibilizzazione e la mobilitazione dei consumatori, la pressione sulle imprese e i governi.

di Gaetano Farina

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