Rodolfo Toè
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27 Giugno Giu 2012 1247 27 giugno 2012

In Kosovo è a rischio la libertà di stampa.

La libertà di stampa in Kosovo è fortemente a rischio dopo la decisione del parlamento del 22 giugno di non modificare due articoli del nuovo Codice Penale che prevedono la reclusione per i giornalisti colpevoli di “diffamazione” e per quelli che si rifiutano di rivelare le proprie fonti.

Il Codice, approvato ad Aprile, è stato duramente criticato per queste disposizioni. La Presidentessa della Repubblica, Atifete Jahjaga, ha deciso di accogliere le proteste di giornalisti ed associazioni per la libertà di stampa: dopo aver dichiarato che “il Codice non rispetta la Costituzione” del Paese, Jahjaga ha rinviato il provvedimento al Parlamento, affinché fosse modificato. L'assemblea non è però riuscita ad emendare gli articoli incriminati, per l'opposizione della maggioranza dei votanti.

Il Ministro della Giustizia Hajredin Kuçi ha rassegnato le dimissioni dopo il risultato della votazione, nonostante la legge sia stata scritta direttamente dal Ministero da lui presieduto: “ho deciso di dimettermi perché voglio continuare a guardare i giornalisti negli occhi: non voglio essere responsabile della riduzione della libertà di stampa nel mio paese”, ha dichiarato. Mentre il Premier Thaçi si è detto “rattristato dal voto”, ed ha confermato “di non poter appoggiare, come Primo Ministro, una legge di questo tipo”.

La libertà di stampa resta un tema molto delicato a Priština. Nel 2011 un rapporto dell'UNHCR denunciava “la debolezza del potere giudiziario e della società civile”, gli ostacoli maggiori allo sviluppo di una stampa indipendente nel paese. “Uno dei principali problemi che i Media devono affrontare in Kosovo” ha dichiarato Skëmb Qavdarbasha dell'Institute for Policy Development “è la pressione di cui i giornalisti sono vittime. Solo lo scorso anno la associazione dei giornalisti in Kosovo ha registrato 27 attacchi, di cui 9 fisici, e 7 casi di minacce gravi. Questi dati sono impressionanti anche perché dimostrano la scarsa volontà delle istituzioni di perseguire i responsabili di questi atti, un fatto indegno per una nazione che vorrebbe dirsi democratica”.

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