Mambo
28 Giugno Giu 2012 0710 28 giugno 2012

Elogi a Napolitano e un passo indietro: Ingroia parla con Libero

Se ho ben capito l’intervista che Antonio Ingroia, pm simbolo della procura di Palermo, a Maurizio Belpietro, direttore di “Libero”, la magistratura del capoluogo siciliano non starebbe indagando sulla trattativa stato-mafia in quanto non vi sarebbe reato in questa fattispecie, al massimo critica e condanna morale, ma starebbe verificando se la minaccia verso lo Stato indotta dai boss mafiosi attraverso le stragi sia stata veicolata da funzionari dello Stato o uomini politici. Cerchiamo di chiarire il pensiero di Ingroia.

Il Pm sostiene che è legittimo trattare con i boss, ovvero riconosce che nell’attività investigativa esiste la possibilità che uomini della legge e uomini dell’Antistato si cerchino e si parlino. E’ sempre accaduto. Ovviamente se questo dialogo copre reati il dialogo stesso è reato. Ma esiste una sottile linea di confine fra l’attività di contrasto e la ricerca di sponde interne per dividere lo stato maggiore mafioso e che questa ricerca è legittima e praticata dalle polizie di tutto il mondo. Ingroia ammette che questo comportamento possa essere messo in essere senza diventare reato. Il reato lo vede invece nell’atteggiamento di chi, uomo dello Stato o politico, di fronte alla minaccia mafiosa si comporta come il commerciante che sottoposto al ricatto collabora con il delinquente senza denunciarlo, anzi andando incontro alle sue richieste.

Questo Ingroia pensa che sia accaduto nella famosa trattativa stato-mafia e si duole anche che la vicenda giudiziaria abbia colpito una persona specchiata e prestigiosa come il giurista Conso, ministro e anche candidato alla presidenza della repubblica. L’intervista a Belpietro rappresenta non solo una novità perché Ingroia parla con un giornale che lo ha sempre attaccato, ma anche perché non si sfugge alla impressione che il pm cerchi di ridimensionare la sua propria esposizione pubblica. Elogia infatti Napolitano, che i giornali suoi amici dileggiano, ridimensiona la colpa dei politici attori della famosa trattativa, togliendo da loro il sospetto di contiguità con la mafia e declassandoli al ruolo di vittime senza coraggio dell’aggressione mafiosa, dà persino a Berlusconi la patente di vittima di Cosa Nostra mentre si dimostra assai più refrattario a spendere parole concilianti verso Dell’Utri.

Infine difende ancora quel Ciancimino che nei suoi libri aveva elogiato e che gli ha dato tante delusioni nel corso di questi ultimi tempi. Con questa intervista l’affaire stato-mafia viene obiettivamente declassato. Si può sintetizzare, seguendo il pensiero di Ingroia, che c’è un pezzo di stato che ha nelle sue attività investigative la tentazione di allacciare rapporti con zone nemiche per capire quel che accade, per ottenere rivelazioni, per ridurre i rischi per le comunità, per cercare di dividere i boss e di prenderne, attraverso la delazione, alcuni. Tutta questa attività, coperta, non è reato. C’è, c’è stata, ci sarà. Ingroia accenna anche alla possibilità di una legislazione sui pentiti assai più americana in cui al boss che dice veramente tutto si possa dare in cambio moltissimo. Il reato commesso dai ministri o funzionari statali sta nell’aver sussunto la minaccia mafiosa e stragista come variabile indipendente e a partire da essa aver indotto comportamenti, tutti da dimostrare, dello stato compiacenti verso le cosche. Vedremo che cosa scriveranno i magistrati nei rinvii a giudizi.

Tuttavia il quadro è più mosso di quanto sia stato il racconto dei vari mafiologi in questi giorni. Infatti resta da dimostrare che i benefici verso i boss ci siano stati e che siano in relazione diretta con le stragi e che comportino un’attività consapevole di cedimento alla minaccia. Per restare nell’esempio del commerciante, si deve riscontrare che dopo l’esplosione della vetrina questi abbia effettivamente pagato per evitare la distruzione del negozio e che abbia taciuto su questo suo atto consapevole di cedimento. Colpa grave, colpa di viltà, ma non di mafiosità. Poi c’è tutta l’attività telefonica di coloro che sentendo sul collo il fiato della procura di Palermo si sono agitati e hanno chiesto spesso scompostamente aiuto. Mi dite dov’è il reato? Ingroia ha così rilasciato una intervista che ci fa capire meglio le sue intenzioni ma che riduce inesorabilmente la portata delle sue accuse. E valeva la pena fare tutto questo casino?   

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