Èvviva
28 Giugno Giu 2012 1303 28 giugno 2012

Quando le donne, purtroppo, sono nemiche delle donne.

Quando le donne, purtroppo, sono nemiche delle donne. Vi racconto cosa mi è accaduto.
Ventotto giugno. Otto e quarantacinque del mattino e 40° all’ombra. Già grondante di sudore esco di casa per accompagnare i bambini a scuola, penultimo giorno prima del campo estivo. La prima persona che incontro è la moglie del negoziante sotto casa. Mai stata simpatica, mio figlio, invece, l’adora, non ho capito perché (ma mi preparo all’eventualità che mi porti a casa sempre fidanzate insopportabili). Ci guarda con occhio sconfortato e pieno di raccapriccio e giudizio sociale sommario e domanda, ai bambini, non a me: “Poveri piccoli, ancora a scuola? Avete una mamma irremovibile, eh? Lo sfrutta fino in fondo l’anno scolastico”. E ride. Che cazzo avrà da ridere lo sa solo lei, in mezzo a tutti quei ricci che mi verrebbe da strapparle a uno a uno. Per un attimo penso: meglio desistere. Subito dopo penso: neanche per sogno. Perché passino tutti i sensi di colpa del mondo legati al tenere i bambini in città fino ad agosto e dedicargli le residue energie dopo una giornata di fatica, ma se devo farmi venire pure i sensi di colpa perché vado a lavorare per portare soldi a casa e mentre cerco di farlo lascio i miei figli in un posto sicuro come una scuola, e se i sensi di colpa deve farmeli venire un’altra donna, per giunta mamma, allora no: c’è un limite a tutto. E allora glie lo dico: “E dove me li devo mettere, mentre lavoro? In tasca?”.
Lei, non paga dello sguardo da tribunale dell’orrore che crede di sfoderare di fronte all’imputata, che sarei io, mi fa: “Ma non può smettere di lavorare? Deve portare per forza i bambini a scuola fino all’ultimo giorno? Fa caldo…”. Raccolgo tutto il mio à-plomb, se mai lo abbia posseduto. Sfodero un sorriso che sa di adorabile, accarezzo la testa dei miei figli e passo le mani sulle loro orecchie a mo’ di carezza, facendo intendere loro che qualsiasi cosa sentiranno di qui a poco non dovranno farci caso. La guardo inclinando leggermente la testa di lato e poi, con voce suadente e delicata le dico: “Ha ragione, in effetti. Mi dica: lei come ha fatto a crescere i suoi due figli, che ogni tanto vedo nel negozio, dietro al bancone, quando non c’è scuola?”. Un po’ perplessa risponde: “Li tenevo in negozio, come adesso, dietro al bancone accanto a me, sempre”. “Oh – sorrido ancora – E mi dica, i clienti fumavano in loro presenza anche allora? Quando erano piccoli? Nel suo negozio? Come adesso? E giocavano al lotto e alle scommesse, i clienti? E la televisione era accesa tutto il giorno su Uomini e Donne e su tutte le trasmissioni che raccontano litigi familiari e politici?”. Si irrigidisce un po’ e si aggiusta i ricci dietro l’orecchio: “Buona giornata, signora”, mi dice a occhi bassi. “Buona giornata a lei”, le rispondo. Il vaffanculo lo tengo per me.

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