Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
1 Luglio Lug 2012 1307 01 luglio 2012

Il Consiglio farsa: i distruttori di un sogno!

Chi ha vinto a Bruxelles, nell’attesissimo vertice europeo del 27-28 giugno? Monti? La Spagna? La Grecia? O abbiamo forse assistito ad una sconfitta di Angela Merkel e del diabolico spread?

Dietro gli entusiasmi di facciata, l’impressione e’ che abbia perso l’Europa. Si era parlato di svolta epocale, momento della verita’, questioni esistenziali...e che cosa e’ successo? Dobbiamo forse esultare per un non meglio precisato ‘scudo anti spread’?! La radice di questa ennesima delusione non sta forse nei limiti politici dei singoli protagonisti, Merkel e Hollande, Monti e Rajoy, Cameron e Barroso, quanto in una debolezza ormai strutturale e persistente della classe dirigente europea. E’ un problema che viene da lontano.

Grosso modo, l’elite dirigente del nostro continente e’ espressione di due forze: partiti e ‘tecnocrazie’, in particolare la spesso discussa ‘Eurocrazia’. Nessuna delle due e’ in buona salute. Si pensi ai partiti. Tra le forze di centro destra (la CDU tedesca, i gollisti, i cristiano democratici in molti paesi, i conservatori britannici) in tempi piu’ ‘politici’ c’erano statisti quali de Gaulle, Adenauer e Kohl, oggi (con tutto il rispetto) ci accontentiamo di funzionari di partito (Merkel o lo spagnolo Rajoy). In luogo del progetto inclusivo dell’economia sociale di mercato (partito dalla CDU), le forze moderate e conservatrici si sono sempre piu’ appiattite su posizioni neoliberali amate oltre Atlantico. Tagli dovunque, spesso nel nome di una male intesa efficienza; d’altra parte, come sorprendersi, se anche il ministro Fornero (nel bel mezzo di un tragico aumento della disoccupazione) dischiara che il lavoro ‘non e’ un diritto’?

A sinistra del centro le cose non stanno meglio. Alle battaglie per il lavoro ed alla tradizione intellettuale di comunisti, socialisti e socialdemocratici, si sono spesso sostituiti opportunismo politico (Schroeder, da leader della Spd a dipendente di Putin nel consorzio North Stream) ed un pragmatismo senza principi (si pensi a Tony Blair, da icona di un Labour ‘moderno’ a ‘mente’ della guerra in Iraq). Se pensiamo alla Francia, e con il dovuto rispetto, come possiamo mettere sullo stesso piano un Mitterrand and un Hollande? Il problema e’ forse piu’ profondo: le nostre societa’ sono diventate piu’ complesse e diversificate, ed i partiti non riescono piu’ a dare risposte a tanti interessi frammentati. Inoltre, la vittoria occidentale nella guerra fredda ha diluito il ruolo di idee e programmi e parzialmente ‘americanizzato’ i partiti europei, nei quali aspetti di comunicazione e personalizzazione sono diventati piu’ importanti, spesso a scapito della ‘sostanza’.

Dove guardare allora? All’ascesa dei ‘tecnici’? Forse un mondo piu’ complesso richiede piu’ ‘esperti’? Puo’ essere, ma guardiamoci bene dal pensare che i cosiddetti tecnici siano ‘neutrali’ risolutori di problemi e piu’ attenti e sensibili al ‘bene comune’ soprattutto nei momenti difficili. Lungi dall’essere ‘al di sopra delle parti’, essi sono infatti spesso ‘di parte’. Ricordiamoci che personaggi come Monti, Prodi, Papademos, ed ex commissari europei di peso quali Sutherland e van Miert hanno avuto ruoli di rilievo nella grande banca d’investimenti, Goldman Sachs. Hanno formazione ed attitudini ‘atlantiche’ e, piu’ che al benessere dei cittadini europei, sono attenti agli interessi economici e strategici dell’unita’ atlantica, il cui (debole) lato europeo e’ peraltro rappresentato dalla euroscettica Londra. Ecco quindi che anche un provvedimento discutibile ma con un qualche potenziale ‘europeo’, la tassa sulle transazioni finanziarie (Tobin tax), viene immediatamente accantonato in quanto ostile agli interessi della City britannica. Non sarebbe invece ora che l’Europa si emancipasse dagli interessi anglo-americani e decidesse una volta per tutte di diventare politicamente adulta? Non illudiamoci poi che i tecnici, per quanto competenti e rispettabili, incarnino la sapienza/saggezza dei governanti-filosofi di platonica memoria. Questi ultimi erano cittadini-politici a tempo pieno, non esperti/competenti ‘prestati’ ad altre e piu’ delicate mansioni.

Disillusi dai partiti e dagli esperti, orfani dei leaders formatisi nella seconda guerra mondiale e nella guerra fredda, a chi dunque possiamo rivolgerci? Per qualche tempo gli europei hanno sperato nei movimenti, e ora sperano in forze piu’ fresche e vicine al cittadino, come i Piraten o il Movimento Cinque Stelle. Attenzione pero’. Nella storia, ogni forza politica e’ sempre dipesa da un minimo di organizzazione e di fondi. Inoltre, una forte pars destruens non basta. Occorre piu’ pars costruens, ossia progetti, idee, e programmi a livello europeo, se non mondiale. In questo senso, molto potrebbe essere fatto dai partiti europei, e dalle loro rappresentanze nel parlamento di Bruxelles. Ma qui si ritorna alla politica, ed a cio’ che i vertici europei sistematicamente trascurano. Perche’ essi sono sempre dedicati a questioni tecniche (spread, Eurobills, EFSF, ESM, etc.), e non a temi politici di fondo (piu’ potere al Parlamento europeo?), nonostante le promesse (pre elettorali?) della stessa Signora Merkel.

A buona parte dei nostri leaders manca poi un’autentica formazione europea. Nella annuale classifica del Times sulle migliori universita’, una sola tra le prime cinquanta appartiene alla zona Euro. Cio’ a fronte di 33 americane, 6 britanniche, e tre di paesi europei fuori dall’Euro. Dove e su che cosa si formano dunque le presenti e future classi dirigenti, europee e non solo?

Resta che quella attuale, chiamata ad un vertice ‘epocale’, come la montagna del proverbio ha partorito solo un topolino. Dov’e’ l’unione economica? E gli eurobonds? Neppure in versione annacquata? Non doveva essere il momento dell’unione politica, del ‘salto federale’? Chi ne ha sentito parlare?

Ma il triste spettacolo dei nostri leader alla perenne ricerca del profilo più basso possibile non deve distrarci dall'unica ragione di speranza che ci resta: quando non esistono alternative alla cosa giusta si finisce per fare la cosa giusta.

Importa poco se i capi di stato e di governo dell'UE si oppongono a ogni ulteriore cessione di sovranità, se l'escamotage sembra avere sostituito la strategia, se ogni timido passo sembra andare in una direzione diversa e casuale: tutte le mosse portano, lentissimamente ma implacabilmente, all'unione politica. Questo vorrà pur dire qualcosa.

Pressato dalla crisi Hollande chiede eurobond e misure per la crescita: sa che non ci sono altre possibilità di investimento in Europa. Altrettanto giustamente la Merkel, che non può negare l'evidenza, esige maggiore unione politica per digerire l'effettiva condivisione di risorse che questo implicherebbe. E tocca di nuovo alla Francia, la Grand Nation, pronunciarsi sull'ultima e conclusiva cessione di sovranità all'Unione, cioè sul superamento concreto del nazionalismo.

Il meccanismo di calmieramento degli spread chiesto da Monti è l'ennesima versione della vecchia, ragionevolissima proposta di far intervenire la BCE nell'acquisto dei debiti sovrani, perché dietro lo EFSF e lo ESM c'è sempre lo zampino di Draghi e a dare robustezza ai fondi salva-stati è la garanzia implicita della banca centrale, ossia di una liquidità potenzialmente illimitata.

Già l'operazione di quantitative easing attuata obliquamente nei mesi scorsi è servita a dimostrare che lo statuto della BCE, dopo tutto, è un ostacolo sormontabile. E ancora una volta i tedeschi digeriscono l'indigeribile. Perché lo farebbero, se esistesse la minima possibilità di scegliere una soluzione alternativa? Così la BCE diventa sempre più simile alla FED, e l'Unione Europea a un'autentica federazione.

Benché presidenti e cancellieri rimbalzino di continuo in cerca delle sponde più improbabili, le sponde si restringono verso l'unica buca possibile: quella di un'Europa politicamente unita in un organismo di tipo federale. Diamoci tempo e prima o poi, c'è da scommetterci, li vedremo passare tutti di qua, in fila ordinata e senza battere ciglio.

*Si ringrazia per il contributo Michele Ballerin, saggista e pubblicista

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