Parsifal
1 Luglio Lug 2012 1422 01 luglio 2012

Lega, Insediato alla guida Maroni, un leader che "sa tacere"...


Un Congresso di emozioni, di identità ferita da rimarginare e con nello sfondo l’angoscia per un futuro carico di ombre e di lavoro immane per riconquistare un consenso che in pochi mesi si è più che dimezzato. L’incoronazione di Roberto Maroni a segretario federale della Lega Nord è apparsa anche nel discorso di investitura più la chiusura di una fase tempestosa e avvilente che lo slancio programmatico verso una rinnovata avventura politica.

Probabilmente era impossibile di fronte ad una folta platea di militanti calorosi e in ricerca di rassicurazione disegnare una compiuta strategia culturale e politica. Ma insieme all’appello ripetuto da pressocchè tutti i congressisti intervenuti all’unità sostanziale o addirittura amicale del movimento e a una rigorosa disciplina di partito, l’elemento prevalente sembrava la voglia spasmodica di ricompattarsi attorno ad una leadership certamente non sconosciuta ma comunque diversa da quella storica e finora unica.

E pure il Bossi commosso , che allude al complotto contro la Lega (ridotto a citare il biblico re Salomone sentendosi nella parte della madre che rinuncia a rivendicare suo figlio perché non venga tagliato a metà) ha a suo modo contribuito a voltare pagina senza provocare spaccature. Semmai Maroni ha scelto di volare basso limitandosi ad un secondo “strappo laico”, della stessa natura del primo, quando cioè vent’anni fa il geniale Senatùr aveva rudemente liquidato il patrimonio etnico, linguistico e tradizionale delle diverse culture regionali per costruire il minimo comun denominatore del Nord sul terreno concreto della riforma dello Stato.

Così pure il neo-leader ha archiviato senza rimpianti l’apparato immaginifico celtico e insieme la scommessa di una società tutta padana (dalle Onlus allo sport), alternativa e concorrenziale al tessuto sociale nazionale. La prospettiva tutta “laica” e in fondo più prosaica di Maroni ragiona con la chiave prevalente, se non esclusiva, del “territorio”, contando sulla forza dei sindaci e degli amministratori ben insediati in tutto il Nord. In modo che diventino la punta di lancia della contestazione decisa al governo centralista del varesino Mario Monti e combattano per far saltare sia la tassa sulla prima casa e la prigione del “patto di stabilità” che strangola i Comuni virtuosi ed insieme si assumano la tutela degli “esodati” quasi tutti concentrati al Nord.

Nell’orgoglioso isolamento all’opposizione (parlamentare e nel territorio) Maroni trova l’unica strada per rigenerare la forza del movimento e la sua ampiamente vulnerata credibilità elettorale: il “via da Roma”, fuori dalla RAI e dalle poltrone degli enti pubblici, si sposa con il sogno di realizzare la macro-regione del Nord (pure con il voto anticipato al 2013 in Regione Lombardia) in sintonia con una “Europa dei popoli e delle Regioni” che si potrebbe costituire una volta certificata la crisi dell’attuale euro burocrazia e del declino irreversibile degli stati nazionali.

Nella scommessa che si propone d’ora in poi la scelta per la Lega di muoversi soltanto al Nord (sia in Italia che verso le aree forti d’Europa) si manifesta come la sola strada percorribile dopo il pugno di mosche guadagnato a Roma. Ma per diventare come la CSU bavarese, ovvero il partito egemone di una vasta e coesa area territoriale, Maroni sa bene che la via è molto lunga e che poi, anche sull’ambito locale, passerà per accordi e alleanze indispensabili anche se provvisorie. L’accurato silenzio al riguardo che ha condito l’insediamento è forse la riconferma di quel carattere “leninista-doroteo” che è sempre stata la natura ambivalente di quella “strana bestia” della Lega Nord. Se ha la forza e la vitalità di superare il discredito di questi mesi. Maroni ci crede…

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