Congiuntura
1 Luglio Lug 2012 1335 01 luglio 2012

Se le vittorie di Monti valgono meno delle sconfitte della Merkel

La lunga notte dell’ultimo Consiglio europeo ha portato una ventata di ottimismo in Italia, e non solo. È bastata una giornata di euforia sulle piazze finanziarie per far gridare al miracolo, senza però ricordarsi che un indice come il Ftse Mib giungeva da mesi di sofferenza e che i tassi d’interesse sui bond decennali italiani sono comunque più elevati di quelli di un anno fa. Il problema, purtroppo, è che la vittoria di oggi potrebbe non coincidere con quelle di domani. L’Italia ha di nuovo un briciolo di fiducia internazionale. Fiducia destinata a svanire alla prima incertezza.

L’eccessiva positività che ha pervaso l’Italia ha tre ragioni. La prima, più viscerale e di immediato riconoscimento, è stata la performance di Piazza affari, che ha guadagnato il 6,59% ai termini di una giornata come non se ne vedevano da anni. Ma bisogna fare anche i conti con la situazione in cui si trovava la Borsa in Italia da inizio anno a oggi. L’indice Ftse Mib è partito da 15.327 punti e ha toccato il massimo a metà marzo, oltre i 17.000 punti. Poi, è iniziata una lunga discesa, che lo ha portato fin sotto i 13.000 punti. Solo venerdì, per la prima volta da metà maggio, si sono superati i 14.000 punti. Una rondine non fa primavera, quindi. Specie se si arriva da un momento di estrema penuria in un segmento, quello bancario, che è a prezzi di saldo da mesi.

C’è poi il crollo dello spread, ormai diventato il barometro della crisi italiana, anche se la maggior parte delle persone non sa nemmeno cosa significa. Il differenziale di rendimento fra i tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani con scadenza a dieci anni e i corrispettivi tedeschi è tornato vicino a 400 punti base. Ma se si guardano i livelli di un anno fa, c’è poco da stare tranquilli. Un anno fa esatto, il primo luglio 2011, lo spread fra Btp e Bund era intorno a 185 punti base. Nell’arco di poche settimane, il tornado. E ora basta un soffio di vento per riportare la tempesta in Italia.

Infine, a galvanizzare è stato il ruolo giocato da Mario Monti. Il presidente del Consiglio, come un abile giocatore di poker, ha saputo bluffare al meglio, minacciando il cancelliere tedesco Angela Merkel di non firmare il Growth Pact e di non supportare la Financial Transaction Tax (FTT). Ma cosa sono queste due misure? Il primo è il patto per la crescita da 120 miliardi di euro di cui non ci sono ancora nemmeno i paletti (figuriamoci i conferimenti). Senza contare che per ottenere i previsti 60 miliardi di euro dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), occorre che i soci di quest’ultima vadano al voto per il suo aumento di capitale e ci sia l’unanimità. E il Regno Unito, uno fra i tanti, ha già escluso di votare positivamente. C’è poi la FTT. Perché sia efficace occorre che passi da Londra, la principale piazza finanziaria del continente. Ma pensare che il Regno Unito adotti la FTT è come pensare che la Federal Reserve adotti lo statuto della Banca centrale europea. Semplicemente impossibile. Monti ha quindi detto di no a una cosa che, anche se introdotta, non avrà mai un vero e proprio potere. Non sarà un game changer, come hanno spiegato anche diverse banche d’investimento. Le questioni fondamentali, come la garanzia comunitaria sui depositi bancari o la nascita dell’unione bancaria, quelle cioè in grado di essere davvero market sensitive, non sono state introdotte.

Quindi Monti su quale campo ha vinto? Su quello della credibilità mediatica, sicuramente. Del resto, mancava un contraltare alla Germania, considerata troppo rigida, troppo pragmatica, troppo teutonica. E cosa c’è di meglio dell’estro sobrio di Monti, capace di bluffare senza nemmeno darlo a vedere?

È paradossale credere che la Germania abbia perso e il Club Med dell’eurozona abbia vinto. Nella guerra per la sopravvivenza europea, un conflitto che non ha morti ammazzati bensì nazioni che reggono sistemi bancari zombie, non si può pensare di vincere facilmente. Le concessioni di Berlino di oggi, vedasi l’uso dei fondi europei di stabilità finanziaria, non devono lasciare intendere che ce ne saranno altre nel futuro. Anzi. A fronte di ciò che il cancelliere Merkel ha permesso, lo sforzo dei Paesi meno virtuosi deve essere ancora più significativo. Il meccanismo d’incentivazione usato dalla Germania nell’ultimo Consiglio Ue deve quindi far preoccupare più del divieto totale a una collettivizzazione del debito, come gli eurobond, reiterato dalla Germania.

La preoccupazione maggiore, tuttavia, è un’altra. Mentre tutti cercano di attribuirsi la vittoria nell’ultimo Consiglio europeo, in pochi, pochissimi, hanno detto che gli esiti del vertice sono una vittoria per l’Europa. Forse, tralasciando l’euforia irrazionale che si è vista venerdì nelle Borse, perché così non è.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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