La Grande Mela Gialla
2 Luglio Lug 2012 1237 02 luglio 2012

Dialogo nel buio: quando Hong Kong diventa meno luccicante

Non è come mettersi le mani sugli occhi e dire “Ora vediamo cosa succede”.

Eh no, l’esperienza di Dialogue in the Dark è molto, molto di più. Preciso subito che lo stesso progetto esiste anche in Italia, a Milano e a Genova. Tuttavia, io questa esperienza l’ho fatta qui a Hong Kong ed è stata davvero …come dire….fisicamente e mentalmente s-travolgente.

Stravolgente perché da anni mi occupo di radio e di mondi sonori, mappe e paesaggi sonori, sono attirata dal silenzio come concetto, come oggetto, come filosofia, come modo di vita ma non avevo mai sperimentato un percorso al buio totale.

A volte, mi era capitato di assistere a installazioni artistiche che cercavano di riprodurre ambienti senza luci e stimolare l’apparato uditorio ma in questo caso, anzi in questa mostra perché è così che si chiama “exhibition” qui, non si tratta di esperimenti pseudo-futuristi.

Il progetto mondiale nasce da un’idea di un tedesco, Andreas Heinecke, già nel 1988 ispirato da un collega di quando lavorava in una stazione radiofonica.

DiD – acronimo del progetto – ha come obiettivo primario dare lavoro a chi è diversamente abile nella vista e ridurre, di conseguenza, quel vuoto, o baratro ancora meglio, che c’è molto spesso tra chi è, o si ritiene, abile e chi ha altre abilità diverse da quelle della maggioranza delle persone. (Faccio fatica a usare certe parole e altrettanta fatica a girarci intorno, scusatemi ma spero si capisca).

Obiettivo secondario ma altrettanto importante è raccontare un mondo ‘altro’ a chi non può o non vuole capire: la cecità è una dimensione sensoriale all’ennesima potenza.

E la mostra che ho visitato qualche settimana fa a Hong Kong me ne ha dato ulteriore riprova.
La sede di DiD qui nella Grande Mela Gialli è, ovviamente oserei dire, in un centro commerciale di cui ne occupa metà piano (con somma rabbia degli imprenditori locali e internazionali che si sono visti ridurre gli spazi commerciali, dico io). Bisogna prenotare qualche giorno prima e dura circa un’ora e mezza. Prima di entrare mi sono detta che la durata mi sembrava eccessiva, e che forse, sarebbe stato noioso.

Errore madornale. Il tempo in una nuova dimensione sensoriale è diverso, sembra dilatarsi, avere una consistenza diversa forse anche perché non avevo la possibilità di guardare un orologio (a differenza di un compagno di percorso che prontamente aveva orologio luminoso all’occorrenza, prontamente disattivato su indicazione della nostra guida). Ah la guida….il nostro angelo custode nel mondo dell’oscurità.

Dotati di bastone per ciechi ci siamo immersi in questo percorso e da subito la sensazione che fossimo dentro qualcosa che si poteva quasi toccare nella sua assenza totale di forme visibili è stata immediata.
La guida ci ha portati nel mondo, nel suo mondo – quello di un quarantenne che fino a pochi anni fa vedeva perfettamente e all’improvviso a causa di un tumore al cervello…..

DiD a Hong Kong è tarato sulla città e sulle sue estreme particolarità: mercati, negozi, i ferry tra l’isola e i Nuovi Territori, le multisale e i centri commerciali e i parchi.
Hong Kong luccicante e perfetta: ma per chi? Per coloro che vedono, perché per tutti gli altri è una giungla in cui è un incubo sopravvivere…

A riprova di ciò vi fornisco qui sotto un suono che la caratterizza e che, a dire il vero, da un lato agevola chi non può vedere ma che dall’altro rappresenta uno dei pericoli più grandi, tipico di molte grandi città e non solo.

Sapete di cosa si tratta? Sono i suoni emessi dai semafori per agevolare i non vedenti e guidarli all'attraversamento, che in citta' come HK puo' essere fatale.

DiD si conclude alla luce, abbagliante e persino fastidiosa del punto di partenza…dentro ho imparato a riconoscere le monete e i soldi e a comprare un succo di frutta, ho sentito la forma e il profumo di decine di frutti e verdure diverse e ho riconosciuto una scatola di fagioli da una di piselli.

Ho imparato a salire su una barca in movimento senza cadere, pur non vedendo dove mettevo i piedi e ho imparato a guardare un film con gli occhi della mente e del cuore.

Ora ogni tanto mi metto le mani sugli occhi e mi chiedo “Sentiamo cosa succede!”.

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