Francesco Grillo
Il grillo parlante
3 Luglio Lug 2012 0921 03 luglio 2012

La fine prematura della leggenda di Super Mario

Negli ultimi fantastici giorni vissuti tra Varsavia e Brussels,tra gli italiani si deve essere diffusa una strana leggenda: quella di uno, anzi due, forse tre Fratelli Super Mario (Monti, Balotelli e probabilmente Draghi) che proprio come nel famoso gioco della Nintendo avrebbero salvato, ancora una volta, il Paese che più di qualsiasi altro al mondo è abituato ai miracoli dell’ultima ora. Un paese ferito, depresso, da un anno sull’orlo di un vero e proprio fallimento e da vent’anni non riesce più a crescere, ma trova sempre un eroe buono disposto a caricarselo sulle spalle e tirarlo fuori dalle acque limacciose che rischiano costantemente di sommergerlo.
E’ stato proprio Prandelli, uno dei personaggi più positivi degli Europei, a dire quanto la favola – perfettamente riuscita sei anni fa a Berlino – del trionfo costruito sulla disperazione sarebbe stata controproducente: “la vittoria avrebbe fatto perdere l'equilibrio a tanti” – ha ricordato il nostro Commissario Tecnico – perché “per cambiare c’e’ bisogno di molto tempo” e solo quando “ci saremo riusciti saremo pronti per rivincere subito dopo un risultato positivo senza alternare picchi e periodi bui”.
Deve essere per questo motivo, per poter continuare il Progetto, che Prandelli ha deciso di rimanere proprio dopo aver perso. E quello che dice l’allenatore italiano vale non solo per il calcio. Anche per l’economia e la societa’ italiana la logica è la stessa: un paese fermo per vent’anni avrà bisogno dei prossimi venti per fare i conti con un passato ingombrante e trovare una prospettiva di crescita duratura.
E’ vero nei fatti che la Nazionale “ha provato a cambiare in un Paese vecchio”. Ed, in effetti, se è vero che l’età media dell’Italia all’Europeo era di un anno più elevata di quella media per l’intero torneo,è altrettanto vero che, rispetto al Mondiale del Sud Africa, la squadra è ringiovanita di quasi due anni e che - in termini di media di presenze (ventotto) nella squadra nazionale prima del torneo - i giocatori azzurri erano quelli che erano cambiati di più subito dopo la Polonia e la Francia.
Tuttavia, è altrettanto vero che non basta rinnovare i vertici, i punti più visibili di un movimento o di un Paese per modificare quella società in profondità: e così come a Prandelli non possono bastare le buone intenzioni se le squadre di club non gli consentono di allenare con sufficiente continuità gli azzurri, a Mario Monti non può bastare la credibilità internazionale se, contemporaneamente, la montagna della revisione del rapporto complessivo tra lo Stato e i cittadini è costretta a partorire il topolino di cinque miliardi di Euro che neppure vedrà mai la luce per l’opposizione pregiudiziale dei sindacati e della Camusso. Non basta Mario Balotelli che diventa insieme la bandiera dei giovani e degli immigrati che tanto possono dare ad un Paese che non ha più fame, se nel frattempo l’approccio puramente contabile alla trasformazione della macchina statale ha prodotto solo un lento e inesorabile invecchiamento che ha, di fatto, pietrificato università, ospedali, ministeri, magistrature, organi istituzionali di uno Stato che vive ormai solo per sopravvivere a se stesso.
Non basta una vittoria del cuore anche se può costituire la premessa per la riscossa. Non basta un vertice, non basta un accordo tra capi di governo – quello di Brussels della settimana scorsa è peraltro ancora quasi totalmente da riempire di contenuti – e non è efficace uno scudo anti spread anche se puo’ essere utile per comprare tempo laddove un governo volesse veramente autocritica. E non esiste un bottone magico premendo il quale otteniamo la crescita.
Quello che dobbiamo realizzare è un enorme trasferimento di risorse tra sprechi e rendite di posizione a generazioni e gruppi sociali che avrebbero i mezzi per creare ricchezza ma che sono stati assurdamente penalizzati per decenni. Dobbiamo avere meno avvocati, meno notai, meno amministratori di patrimoni che nel tempo, senza innovazione, sono destinati a ridursi progressivamente; meno lobbies che ferocemente litigano per conservare la fetta di una torta che sta scomparendo. E molti più innovatori veri, disposti a rischiare per il proprio talento e che, prima di tutto, possano essere messi in grado di utilizzare la propria inventiva.
Un cambiamento di mentalità ed una riallocazione di priorità così massiccia richiede più dello sforzo di un governo o di una squadra e “molto di piu’ dei sacrifici per uscire dalla crisi” che continuano ad essere centrali nella retorica del Presidente del Consiglio italiano. Chiede una trasformazione che non può che coinvolgere tutti; riforme che non possono vivere senza il supporto dei ciitadini che si ritrovino alleati contro le corporazioni; un’autocritica di milioni di italiani che dallo status quo sono stati beneficiati per molto tempo; e, anche, sacrifici che non possono essere uguali per tutti perché, per definizione, se dobbiamo ripartire dovremo farlo con chi da questa crisi otterrà il riconoscimento – atteso da tanto tempo – del proprio valore.

Articolo pubblicato su Il Mattino del 3 Luglio

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