Trenta denari
3 Luglio Lug 2012 1052 03 luglio 2012

Quelli che si dimettono (dal cda) perché c’è troppo da lavorare

Per chi è sintonizzato sugli schermi di Piazza Affari la commedia continua. Il cosiddetto salvataggio di Fondiaria Sai orchestrato da Mediobanca sta portando la qualità della governance di alcune società quotate a livelli grotteschi. Ma dobbiamo essere grati a tutti i protagonisti di questa vicenda perché ci hanno regalato una nuova categoria di amministratori: quelli che si dimettono perché, dicono, c’è da lavorare troppo e loro non hanno tempo. Ora uno –  un cittadino privato – prima di accettare un qualsiasi compito, si chiede se è capace di svolgerlo e se ha il tempo per farlo: e poi, eventualmente, accetta. Figurarsi se si tratta di un incarico di amministrazione in una società quotata. 

Questa mattina, invece, abbiamo preso che il consigliere di Premafin Mario Zanone Poma si è dimesso «in considerazione dell’impossibilità di conciliare i propri impegni professionali in precedenza assunti con quelli di amministratore indipendente, tenuto conto del contesto attuale in cui opera la società». Zanone Poma era stato cooptato in consiglio il 22 giugno. Uno che è anche associato e presidente onorario di Ned Community, l’associazione impegnata a valorizzare, sostenere e sviluppare la figura e il ruolo degli amministratori indipendenti, avrebbe dovuto controllare prima l’agenda o no? Si è dimenticato dei principi che la sua associazione, presieduta da Rosalba Casiraghi, si pregia di diffondere? Il collegio dei saggi della predetta associazione ha o no qualcosa da eccepire? O forse Zanone Poma è uscito signorilmente da un cda dove ha visto cose che un azionista non può nemmeno immaginare, anche a costo di rimediare una magra figura?

Codice di autodisciplina delle società quotate
Criterio 1.C.2. Gli amministratori accettano la carica quando ritengono di poter dedicare allo svolgimento diligente dei loro compiti il tempo necessario, anche tenendo conto dell’impegno connesso alle proprie attività lavorative e professionali, del numero di cariche di amministratore o sindaco da essi ricoperte in altre società quotate in mercati regolamentati (anche esteri), in società finanziarie, bancarie, assicurative o di rilevanti dimensioni.

Quello di Zanone Poma non è un caso isolato. Il 29 giugno si era dimessa l’avvocata Samanta Librio, cooptata in cda lo scorso 7 maggio, «in considerazione sia del progressivo incremento dell’impegno richiesto, che rende il mandato di amministratore incompatibile con la propria attività professionale, sia della sfiducia nei confronti del consiglio di amministrazione in carica dimostrata da parte di diversi soggetti, tra i quali sono da annoverarsi gli stessi azionisti». 

Il troppo lavoro, può essere nocivo. Il 27 giugno, per esempio, il consigliere Giuseppe de Santis, si è dimesso per recenti problemi di salute, e, di nuovo,  per «l’intensificarsi della frequenza delle riunioni consiliari, che gli fa ritenere di non poter dedicare alla società il medesimo impegno ad oggi prestato».

Il 12 giugno altri due consiglieri hanno dato forfait. Beniamino Ciotti, amministratore indipendente, nominato della lista unica presentata dai Ligresti, non ci gira intorno sulle reali ragioni: «mancanza di sintonia sulle modalità di formazione della volontà sociale e sulle recenti decisioni assunte dal consiglio di amministrazione». Modalità di formazione della volontà sociale? Cioè, ti trovi tutto già servito in tavola e devi solo alzare la mano o che altro?

Uno di quelli che «troppe riunioni, no» è invece Carlo Ciani, già a.d. molto ben pagato di FonSai, nominato nell’ambito dell’unica lista presentata dal Patto di Sindacato Premafin. Ciani ha dichiarato «di rassegnare le proprie dimissioni in considerazione dell’intensificarsi della frequenza delle riunioni consiliari e della loro articolazione». E vai con le dimissioni. 

Una menzione speciale va al prof. Marco Reboa, quale iniziatore della new wave degli amministratori che si dimettono per non aver controllato l’agenda: fu lui, lo scorso 3 maggio, pochi giorni dopo essere stato eletto, il primo amministratore a lasciare (il cda di FonSai) perché aveva scoperto di avere troppi impegni. Le motivazioni meritano di essere riportate in omaggio al copyright : «... ritenendo che la sua attività professionale e universitaria non gli consenta di adempiere, con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e tenuto conto degli eventi che interessano la società, ai doveri attinenti la funzione». Anche Reboa è associato di Ned Community e membro del consiglio direttivo. Per la serie, l’esempio viene dall’alto.

La questione, oltre ad arricchire la casistica delle cose-da-evitare in una buona governance, dovrebbe comunque interessare la Consob, specialmente nel caso di Premafin. Che cosa accade di così irriferibile nel cda della holding da spingere alla fuga persone note anche per serietà, diligenza e competenza che mai avrebbero accettato un incarico sapendo di non avere tempo per svolgerlo? Come si sta formando la volontà di Premafin in un cda a revolving door dove gli amministratori vengono cooptati, stanno giusto il tempo di un paio di caffè, magari fanno fare un passettino in avanti al controverso salvataggio e poi mollano? Non è che alla fine scopriamo che la responsabilità delle decisioni prese è talmente parcellizzata che nessuno ne risulterà responsabile? E ancora: qual è il criterio di cooptazione dei nuovi amministratori? chi li propone?

Twitter: @lorenzodilena

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook