Nuovo Mondo
5 Luglio Lug 2012 1343 05 luglio 2012

L'America di Sergio Marchionne: solo chiacchiere e distintivo

Vi siete chiesti perché Marchionne, « l’uomo delle fabbriche di troppo», sempre In Italia poi, elogia Monti, il libero mercato, attacca Fiom e governi assistenzialisti e poi in America stringe accordi con governi socialisti, plaude ad Obama e fa compartecipare ad utili sindacati e lavoratori?

La risposta più semplice e scontata è che non c’è peggior imprenditore di chi non vuole investire e Marchionne non lo farà in Italia, semplicemente perché ha trovato l’America, la sua America e perché già in tempi non sospetti non ha neppure proposto ciò che ha fatto oltreoceano.

L’America di Marchionne è quella del Brasile dove Fiat ha già programmato, senza compromessi, di investire in Brasile circa 5 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, di cui 1,5 miliardi di euro già nel nuovo stabilimento che sorgerà a Goiana nel 2014, e non più nella zona portuale di Suape in Pernambuco, ovviamente coperti al 50% dal programma di sostegno agli investimenti del governo e dal fondo del Banco Nazionale per lo sviluppo economico e sociale.

Sono la punta dell’icerberg degli investimenti di Fiat a Betim, di Iveco a Sete Lagoas, di New Holland a Contagem e di Powertraian a Campo Largo, ovviamente supportati dal cosiddetto Plan Brasil Maior, una fortissima riduzione delle tasse dal 2012 al 2017, per chi investe lo 0,15% del fatturato lordo in materia di innovazione e lo 0,5% in ingegnerizzazione del prodotto, oltre ad ulteriori sconti per auto a basso livello di inquinamento.

L’America di Marchionne è anche in Argentina dove la Fiat ha promesso un investimento di 813 milioni di dollari per la futura produzione nello stabilimento di Ferreyra a Cordoba in Argentina, una fabbrica che avrebbe dovuto chiudere due anni fa e che è incredibilmente rinata (Cordoba può, Termini Imerese non potrà mai più). Di quella cifra cui si aggiungono 430 milioni di dollari per un nuovo sito di New Holland, più del 70% proviene dal Fondo Bicentenario promosso da Cristina Fernandez Kirchner nel 2011.

Inoltre l’Italia non ha visto e non vedrà mai la produzione di Chrysler nel suo paese,che pure frutterebbe molto lavoro, ma solo un semplice supporto di assemblaggio a Mirafiori per l’auto americana che la Fiat produrrà comodamente in Messico, nel quartier generale di Toluca, a Ramos Arizpe, dove la Chrysler prevedeva di chiudere solo un anno fa ed a Saltillo già ribattezzata la “Detroit dell’America Latina” aperta lo scorso settembre con un investimento di 570 milioni di dollari. E’ qui che la Fiat investe sulle auto elettriche, sul biodiesel, sulle energie alternative, così sconosciute in Italia.

E’ difficile prevedere anche quale sarà il futuro di ciò che oggi è Fiat Industrial (camion, mezzi agricoli ecc.) dopo l’apertura a marzo, con 500 milioni di dollari di investimento, di un grande stabilimento New Holland a Sorocaba, che si aggiunge a quelli di Curitiba, Piracicaba e del già citato impianto di Contagem, ma più che in Europa dove chiuderanno 5 stabilimenti Iveco.

Abbiamo volutamente tralasciato le attività che Fiat sta aprendo in America Latina: investimenti e ricerche sperimentali su auto elettriche, biodiesel, nuovi progetti di design, megastore, manifestazioni commerciali, pubblicitarie e sportive, fiere, laboratori tecnologici, progetti di finanziamento per giovani creatori locali perfino appoggi politici di cui già parlammo. Non solo manodopera dunque, ma molto altro. Cose mai viste e mai proposte in Italia.

Eppure se date un occhio ai dati di mercato in America Latina troverete la Fiat al quinto posto dietro Volkswagen, Chevrolet, Renault e Ford e la prima vettura Fiat, la Fiat Siena è la quattordicesima più venduta e non va meglio in Suv e commerciali dove Fiat Fiorino e Strada sono doppiate da Toyota, Ford, Wolskswagen. Inoltre con il conflitto import-export latente fra Brasile ed Argentina nel settore, il mercato Fiat non potrà che essere ancora più penalizzato e non a caso la produzione a Cordoba è a singhiozzo con 1.600 dipendenti a spasso e che Argentina e Brasile saranno costrette a nuovi accordi ed incentivi.

La storia è sempre la stessa: la Fiat va da chi i soldi glieli dà (che si chiami Cassa del Mezzogiorno o Banco do Brasil) e non solo dove i soldi li può fare con le macchine, con la differenza che almeno prima Agnelli, Valletta, Romiti, non fuggivano al primo pericolo e non umiliavano l’Italia con perle, anzi, balle di sapienza imprenditoriale e vana pubblicità dello storico distintivo Fiat

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