A mente fredda
5 Luglio Lug 2012 0231 05 luglio 2012

Università e spending review: i tagli fanno male, non avere un progetto è peggio

Nella giornata di ieri, i discorsi di chi vive di e nell'università italiana si sono concentrati sulle prime indiscrezioni relative agli effetti della spending review sul Fondo di finanziamento ordinario dell'università e della ricerca scientifica. Gran parte dei rumors si sono concentrati in realtà su un mezzo falso: complici l'identità delle cifre e la leggerezza con cui alcuni giornali anche di una qualche autorevolezza e finora non ostili al governo hanno dato la notizia (tanto da far pensare finanche a un tentativo deliberato di "creare il caso" per smuovere le acque soprattutto a sinistra), si è infatti detto che dal 2013 all'università pubblica, settore notoriamente già ridimensionato nei costi nel corso degli anni e in evidente sofferenza, sarebbero stati tagliati 200 milioni, che sarebbero stati spostati a finanziare le scuole non statali.

In realtà, si è immediatamente cercato di specificare, non è così. Il denaro previsto per gli istituti non statali è una tranche (tra l'altro, pare, ridimensionata) di un finanziamento di sussidiarietà che interessa anche le scuole e gli asili di proprietà degli enti locali, già previsto da anni, e non certo costituito ad hoc col malloppo sottratto al sistema di formazione superiore statale.

Quindi, tutto bene? Non direi, perché nella bozza esposta dai giornali risultano anche altri interventi sul mondo della ricerca "pura" e della formazione superiore. In particolare, secondo Repubblica, sarebbero

soppressi dall'entrata in vigore del decreto sulla spending review l'Istituto nazionale di ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l'Istituto italiano di studi germanici e l'Istituto nazionale di alta matematica sono soppressi e i relativi organi statutari decadono. Sopresso anche l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale,l'Istituto nazionale di astrofisica e il Museo storico della fisica e centro di studi e ricerche "Enrico Fermi".

SOPPRESSI. Tutti. Senza mezze misure. Senza nemmeno un tentativo di ristrutturazione, di ripensamento delle funzioni, di eventuale riaccorpamento alle sedi universitarie di riferimento per ridurre il personale tecnico-amministrativo salvando la funzione di promozione dello studio e della ricerca, di verifica dei risultati a medio e lungo termine (ché questo sarebbe lo spirito della spending review, se le parole hanno un significato). Forse, non lo so, esisteranno centri studi così chiaramente irrecuperabili da dover essere chiusi, e io non conosco le condizioni e la qualità di tutti gli enti qui elencati. Ma, per esempio, l'Istituto italiano di studi germanici, per quanto ne so, ha promosso alcuni dei migliori studi di storia comparata, e svolge un ruolo piuttosto importante nell'internazionalizzazione della ricerca italiana di area umanistica e nelle scienze sociali e nella mobilità degli studiosi, due elementi che dovrebbero essere centrali per la sprovincializzazione di una cultura.

Posso parlare dell'Istituto nazionale di alta matematica solo per sentito dire dai miei amici studiosi del settore, ma il suo ruolo nella promozione dello studio della disciplina attraverso borse di studio e finanziamenti a giovani studiosi lo rende un importante elemento di un circuito piuttosto efficiente di diffusione della cultura scientifica e di selezione dei talenti che ha il suo fulcro nell'organizzazione a livello nazionale delle Olimpiadi della matematica, e che proprio due giorni prima di questa notizia si è dimostrato ancora una volta vincente, visto che due italiani, la mia ex compagna d'anno Corinna Ulcigrai e il più giovane (ma prodigioso per precocità di risultati) Alessio Figalli, anch'egli normalista, sono stati premiati per i loro lavori dalla European Mathematical Society.

Insomma, a me sembra che qui le verifiche e le proposte di revisione per scegliere come gestire meglio i nostri soldi siano state poche, se non altro perché l'elenco degli enti da sopprimere (ancora una volta, non da ristrutturare nelle loro funzioni e nelle loro finalità, da sopprimere) somiglia in modo preoccupante a un'altra lista di enti inutili circolata un paio d'anni fa, ai tempi di Tremonti. In pratica, quello che si è fatto mi sembra, almeno a una primissima occhiata, non essere stato altro che riprendere vecchie abitudini di gestione che in passato tanto erano state vituperate.

In poche parole, si vuole riproporre una gestione puramente "contabilistica" della distribuzione delle risorse: ogni settore deve arrivare a una quota di spesa predeterminata, e il modo in cui ci arriva è irrilevante, almeno dal punto di vista della qualità del servizio. Caso mai, si direbbe contare la necessità di aggirare potenziali ricorsi e di non toccare i settori con il personale più numeroso (e quindi maggiormente sindacalizzato). Anche in questo caso, così come nella cosiddetta riforma del reclutamento, nel mondo universitario si sconta la sostanziale assenza di un qualche disegno politico a medio-lungo termine nel settore. Si cercano di raccattare i soldi necessari a raggiungere il volume di spesa desiderato, senza sostanzialmente altre ragioni per agire, e si ammanta il tutto con parole generiche, più o meno sempre uguali, come nel caso di questa bozza, che sempre secondo Repubblica giustifica il taglio di 200 milioni al FFO

al fine di "ottimizzare l'allocazione delle risorse" e "migliorare la qualità" delle attività formative dei dirigenti e dei funzionari pubblici garantendone l'eccellenza e l'interdisciplinarietà".

Per quanto possa essere amaro per chi se ne occupa, sarebbe legittimo che il ministero ridimensionasse settori e servizi che per qualche ragione non considera "strategici"; è nel diritto del governo di un paese sovrano, che poi metterà alla prova le sue scelte alle elezioni. Ma è necessario che le ragioni di questa scelta, e le prospettive in cui essa viene inserita, siano spiegate in modo trasparente all'opinione pubblica e soprattutto ai diretti interessati. Il fatto che tutto questo non avvenga, comunque, non è casuale, ma affonda le sue radici nel modo in cui in Italia si è deciso gestire la politica scientifica.

Nel mondo anglosassone, area spesso presa a modello per la gestione oculata delle risorse nella retorica nostrana, da decenni la gestione dei fondi di ricerca e dei finanziamenti pubblici ai progetti e gruppi di lavoro non di immediata applicazione è spesso frutto di una complessa negoziazione tra il potere politico e research councils di settore autononomi e composti da studiosi e ricercatori, secondo un principio di sostanziale autonomia nella scelta degli obiettivi e dei metodi più idonei nelle diverse discipline. In pratica, il governo in primo luogo evita di designare per decreto quali sono gli approcci e gli obiettivi di ricerca maggiormente degni di essere finanziati, lasciando a ogni area la possibilità di svilupparsi secondo meccanismi di soddisfazione delle esigenze "dal basso". Naturalmente, il ministero decide la quota di finanziamenti da elargire ai vari settori, ma lo farà appunto a seguito di richieste di comitati esterni ai suoi ruoli e ai suoi uffici, e dovrà motivare di fronte all'opinione pubblica (specialmente a quella degli addetti ai lavori) ogni decisione in merito, raccogliendo da osservatori indipendenti nel modo migliore possibile le informazioni e utilizzandole per giustificare scelte spesso difficili e dolorose. Naturalmente vi sono sempre degli insoddisfatti (anzi: lo saranno tutti; tempo fa a un convegno un esperto tedesco di storia delle istituzioni intellettuali commentava i carteggi in cui i dirigenti di alcuni centri di ricerca si lamentavano delle ristrettezze dei fondi ironizzando con un "nella mia carriera non ho mai trovato il direttore di un dipartimento che dichiarasse il suo istituto overfunded"), ma almeno si saprebbe di che morte si deve morire.

In Italia, invece, si può dire da sempre, ma in modo ancora più chiaro ed evidente dopo che la riforma del 2010 ha chiarito a decisamente ampliato i poteri dell'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca, i tecnici dei vari settori e studiosi hanno voce in capitolo nello stabilire i criteri di valutazione individuale e collettiva, nel fissare i parametri per l'accesso ai finanziamenti, nell'accreditare i livelli di qualità, esclusivamente in quanto membri e consulenti di un ufficio ministeriale a tutti gli effetti. Come ho già ripetuto più volte, i supposti meccanismi di verifica della qualità culturale e professionale di individui e strutture non avvengono da parte di un soggetto terzo, ma è sempre il MIUR che si fa una domanda e si dà una risposta. Ecco perché il governo non chiarisce, e anzi nemmeno elabora, le proprie linee di politica universitaria e culturale: dovendo parlare solo con se stesso, non ne ha bisogno.

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