Massimiliano Gallo
Mi consento
6 Luglio Lug 2012 1416 06 luglio 2012

L’upupa e Scalfari, il grillo e Travaglio

La premessa è d’obbligo: il Paese reale pensa ad altro. Si alza tranquillamente o meno la mattina senza rimuginare sull’intervista di Eugenio Scalfari a Giorgio Napolitano. Va a pagare le bollette alla Posta, oppure va dal medico a farsi prescrivere le ricette senza indugiare mentalmente sul significato dell’upupa all’inizio della conversazione-fiume ospitata ieri sulle pagine de la Repubblica, quotidiano fondato da Scalfari.

Eppure chi di mestiere fa il giornalista non può non interrogarsi. La conversazione ha lasciato un po’ perplessi, è innegabile. Sarebbe meglio definirla una conversazione tra due personalità di altissimo profilo. Oggi, com’era lecito attendersi, Marco Travaglio sul Fatto quotidiano ci sguazza in quella non intervista puntando su un altro animale citato da Scalfari, il cinghialotto. Non è stato il primo, Travaglio. Ieri, tra Facebook e Twitter, tanti erano i commenti al vetriolo nei confronti di chi innegabilmente può essere considerato oggi il più importante  giornalista italiani (resta memorabile la vignetta di Forattini quando le Br spararono a Montanelli). Particolarmente perfido il cinguettio di Antonio Polito: “Al posto di Pininfarina, Scalfari?”.

E il punto è proprio quello, non particolarmente originale, lo ammetto: si può essere giornalisti senza doversi inchinarsi al potere? La mia banale risposta è: no. È inutile star lì a pontificare, a filosofeggiare. No, nel senso che se si vogliono occupare poltrone giornalisticamente rilevanti col potere bisogna relazionarsi, eccome. Di più, intrecciarsi, genuflettersi. Ma non c’è nulla di straordinario in questo: è semplicemente così. Fare le mammolette sarebbe un esercizio inutile e ridicolo allo stesso tempo.

Oggi Travaglio fa pelo e contropelo a Scalfari, lo irride. Così come in tanti hanno irriso lui nemmeno tanto tempo fa per una conversazione tra lui e Beppe Grillo. Giornalisticamente insignificante. E a questo punto qualcuno potrebbe obiettare che almeno Scalfari si ammorbidisce col presidente della Repubblica. E il giudice l’obiezione l’avrebbe finanche accolta. Per non infierire ricordando che Scalfari ha fondato il più grande giornale italiano e, tempo prima, si rese autore di uno dei tre scoop più importanti del nostro giornalismo.

Tornando al tema, i casi di contiguità col potere non sono pochi. Almeno in Italia. 

Nel 2006, all’indomani delle elezioni che ri-portarono Prodi a Palazzo Chigi, sul Corriere della Sera Gianni Riotta si rese protagonista di due interviste memorabili. La prima a Romano Prodi, sulla maggioranza sexy, la seconda a Massimo D’Alema con quel “bye bye Condi” (Riotta rifersice di una telefonata tra l’allora ministro degli Esteri e Condoleezza Rice) scolpito a sangue in tutte le redazioni d’Italia. Per non parlare dell’ intervista a dir poco morbida di Enrico Mentana a Gianfranco Fini ai tempi di Mirabello quando il presidente della Camera sembrava poter portare a termine il compito di destituire l’eterno nemico. E gli esempi potrebbero proseguire a lungo.

Non ho qui citato coloro i quali da sempre sono stati considerati giornalisti zerbino nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma tanto i nomi li conoscete tutti.  

Immagino già le obiezioni: tutti colpevoli, nessun colpevole. Eccetera, eccetera. Io direi che tutto avviene alla luce del sole. Ormai il lettore è adulto, vaccinato e sa perfettamente come orientarsi nel mondo dell’informazione. Sceglie consapevolmente conoscendo la merce in vendita. Forse di questo i giornalisti non hanno piena consapevolezza. Ma è un discorso.

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