Anamorfosi
7 Luglio Lug 2012 1921 07 luglio 2012

Il bimbo della Mangiagalli e le parole delle sue origini

Per chi crede nel bianco e nel nero l’abbandono di un figlio è un atto senza sfumature. Le favole che si racconta chi riduce l’umano ad un “si fa / non si fa” questo vogliono: che ci sia il Natale con la neve (cantava qualcuno che si è appena sposato). Cioè: che le cose siano ordinate secondo una logica standard, un invariante che organizza le vicende di questo mondo e di chi lo abita.
Ma l’etica è un’altra cosa e, più che il giudizio, chiama in causa la responsabilità e il desiderio: che cosa desideri per te stesso, ma più ancora che cosa desideri per l’altro? Capite bene che chi ha fatto questo – di lasciare il proprio bambino nella culla della Mangiagalli – una domanda se l’è fatta, a prescindere da ogni e qualsiasi errore di valutazione precedente (cioè tutte quelle altre faccende di cui non sappiamo nulla per quanto riguarda il caso in questione): a fronte dell’impossibilità di cancellare una vita se ne è fatto carico a modo proprio, le ha dato una chance. Che cosa desideri per il tuo bambino? Che qualcuno, qualcuno che possa, se ne prenda cura. Perché se così non fosse stato, avremmo avuto tutta un’altra storia, la tragedia dei neonati “gettati via” come si fa con gli oggetti.
Ma qui no, qui – pur nel dolore dell’abbandono – c’è stato il riconoscimento di un altro vivo per il quale sperare in un’esistenza migliore. E l’adozione è una gran cosa, perché chi adotta è ben lungi dall’essere un genitore di serie B per il semplice fatto di non avere generato biologicamente.
Ci sarà un giorno in cui questo bimbo comincerà a farsi delle domande sulle proprie origini. Allora glielo si potrà dire, che per lui l’abbandono non ha coinciso con il rifiuto rabbioso o con l’anonimato del desiderio (quello per cui “sia quel che sia, tanto è uguale”). Il suono tragico della parola abbandono si potrà così legare ad un atto equo nel senso in cui lo intende Aristotele, cioè quello del ripristinare un ordine delle relazioni a fronte dell’ingiustizia e dell’errore. E non è certo la pretesa universalità della norma, quella che traccia una linea netta per tranquillizzarsi dividendo le cose “giuste” da quelle “sbagliate”, a venirci in aiuto. È piuttosto l’attenzione a ciascun caso preso nella sua unicità. Per questa ragione il giudizio va sospeso: perché di questa storia sappiamo ben poco. E di ciò di cui non si può parlare si deve tacere.

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