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10 Luglio Lug 2012 1229 10 luglio 2012

La teoria dell’incoronazione nell’eurozona vent’anni dopo

Nei lavori preparatori al Trattato di Maastricht del 1992, la Germania aveva un’idea precisa di come fare l’unione monetaria: prima bisognava gettare le fondamenta e costruire la struttura della casa, con l’unione politica e fiscale, e poi erigere il tetto costituito dall’unione monetaria. La sequenza delle fasi architettoniche era conosciuta come la coronation theory. Di fatto la teoria dell’incoronazione era nata nella Bundesbank ma il governo tedesco l’aveva fatta propria. Rifletteva una lettura politica coerente con la teoria tradizionale delle aree monetarie ottimali, secondo la quale ci vuole uno stato centralizzato e redistributore qualora vengano a mancare le condizioni necessarie di mobilità e di flessibilità dei fattori di produzione (Kenen, 1969).

A Maastricht vinse la teoria alternativa dell’area monetaria ottimale endogena, secondo la quale la casa può essere costruita cominciando dal tetto. I francesi erano i grandi patrocinatori della moneta unica come elemento catalizzatore dell’integrazione profonda; gli italiani furono ben contenti di appoggiarla (Carli, 1996). Vinse questo equilibrio a Maastricht perché le due parti o non credevano nella fattibilità a breve di una unione politica (i tedeschi) o la volevano in un indefinito futuro (i francesi). La Germania, d’altra parte, aveva già rinunciato alla teoria dell’incoronazione come contropartita dell’assenso francese all’unificazione monetaria tedesca del 1990.

I padri fondatori dell’eurozona dovevano sapere che l’eurozona non rispondeva ai criteri classici di area monetaria ottimale enunciati da Robert Mundell (1961) e che avrebbe avuto bisogno di effetti fiscali redistributivi al suo interno. Erano di fatto a conoscenza del Report on Economic and Monetary Union in the European Community del 1989 firmato dall’allora Presidente della Commissione, il francese Jacques Delors. A pagina 89 del rapporto, si legge che:

[I]n all federations the different combinations of federal budgetary mechanisms have powerful "shock-absorber" effects, dampening the amplitude either of economic difficulties or of surges in prosperity of individual states. This is both the product of, and the source of the sense of national solidarity which all relevant economic and monetary unions share.

Il linguaggio è semplice e diretto: in tutte le federazioni esiste un effetto redistributivo di uno stato centrale, di tipo assicurativo, che garantisce l’integrità dell’area monetaria nell’eventualità di shock disgregatori. Certamente questo aspetto non poteva essere sfuggito all’ora ministro del Tesoro, Guido Carli, che rappresentava l’Italia a Maastricht, nazione prototipo di area monetaria non ottimale che aveva però retto per più di un secolo con forti squilibri economici e di bilancia di pagamenti fra Nord e Sud grazie alla funzione redistributrice dello stato centrale. Con la firma del Trattato si trasferì il problema del Mezzogiorno dall’Italia all’Europa della moneta unica, però monco dei correttivi fiscali. Ci sono due plausibili spiegazioni per questa casa costruita upside-down: i padri fondatori credevano nella forza del collante della moneta unica di completare endogeneamente il processo di integrazione, oppure contavano nella lungimiranza e saggezza dei futuri leader nazionali di creare esogeneamente le istituzioni politico-fiscali che non furono realizzate a Maastricht.

I fatti dicono che non è accaduto né l’uno né l’altro. Oggi ci ritroviamo a digerire uno shock disgregativo enorme senza avere i correttivi necessari. La Germania ripropone l’unione politica come condizione sine qua non prima di procedere a un accordo di responsabilità congiunta su parte dei debiti sovrani, la stessa unione politica proposta e poi abbandonata 20 anni fa. E’ una condizione ragionevole e realizzabile oggi? La domanda è retorica: se non esistevano le premesse 20 anni fa, ancor meno ne esistono oggi. In aggiunta, con i mercati finanziari che incalzano, l’unione politica, anche se realizzabile, dovrebbe esserlo in tempi non biblici. Come interpretare, allora, la posizione tedesca? Ci sono per lo meno due ipotesi. La prima è che Angela Merkel è rimasta inflessibile nelle sue richieste onde forzare una teutonizzazione del resto dell’eurozona, controllandone di fatto le finanze nazionali. La seconda è che il popolo tedesco ha smesso di credere nell’euro nella forma esistente e rivuole il suo ben amato marco gestito dalla Bundesbank. In questo caso la signora Merkel è il semplice mandatario di una espressione popolare che sostiene una fuoriuscita della Germania dall’eurozona anche a costi alti.

Michele Fratianni
Indiana University, Università Politecnica delle Marche e MoFiR

Riferimenti
Carli, Guido, 1996, Cinquant’anni di vita italiana. Laterza.
Delors Report [Committee for the Study of Economic and Monetary Union], 1989, Report on Economic and Monetary Union in the European Community, Luxembourg: Office for Official Publications of the EC.
Kenen, Peter B., 1969, The theory of optimal currency areas: An eclectic view. In Robert A. Mundell and Alexander K. Swoboda (eds.), Monetary problems of the international economy. Chicago: University of Chicago Press.
Mundell, Robert, 1961, A theory of optimum currency areas, American Economic Review 51, 657-665.

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