A mente fredda
11 Luglio Lug 2012 0909 11 luglio 2012

Sull'università il governo dei professori può giocarsi la testa?

Che cosa penso quando dico che qualcosa è "buono"? Per me, una meringata con la panna è più "buona" del filetto di merluzzo al vapore con insalata verde. Però, a forza di indulgere ai piatti "buoni" mi sono ritrovato con diversi chili di troppo e i valori del sangue decisamente sfasati. Da due anni circa, faccio scelte alimentari meno "buone"; così, rispetto alla foto che qui mi ritrae (scattata nel 2008) ho perso almeno una decina di chili, e quel che più conta posso fare le analisi del sangue senza particolari timori.

Ecco, forse per l'Italia si può fare un discorso simile. Da vent'anni, forse trenta, in maniera più evidente, ma per certi aspetti anche prima, la nostra classe politica ha perso la capacità di vietarci le scorpacciate di meringata con la panna, e anzi le ha spesso promosse con insistenza. Un po' perché la società italiana si è fatta più avveduta con lo sviluppo e le forze politiche non l'hanno seguita, un po' per l'assoluta necessità di mettere insieme il fronte più ampio possibile per evitare alternativamente la rovinosa vittoria del "mafioso di Arcore" o dei "comunisti", un po' per incapacità programmatica di una classe dirigente selezionata secondo criteri assai dubbi, i partiti nel corso del tempo hanno perso la capacità "pedagogica" di costruire consenso su misure positive nel lungo periodo, anche se restrittive a breve, e si sono ridotti a inseguire i nostri più bassi istinti e la parte più gretta della nostra coscienza collettiva. Per questo, e non per la prima volta negli ultimi due decenni, sono stati costretti a fare un passo indietro e a delegare il potere di governo a qualcuno in grado di metterci a dieta per trovare un rimedio ai residui della cattiva alimentazione precedente, ovvero il nostro livello di debito pubblico.

Per questa ragione, chiedersi se i provvedimenti del governo Monti sono "buoni" non ha senso: l'Esecutivo è lì per fare altro, per farci accettare comportamenti sociali che istintivamente troviamo sgradevoli. Quello che occorre valutare è:

  1. Se i sacrifici che ci impone sono dovuti, perché servono a rimediare a danni fatti da altri governi (cioè da noi) ormai accumulatisi nel corso del tempo. Naturalmente, maggiore è l'accumulo di cattive abitudini, più drastica dovrà essere l'inversione di tendenza, e più difficili da digerire le conseguenze immediate.
  2. Se le riforme che porta avanti, sovvenendo a situazioni sì gradevoli per chi ne beneficia, ma insostenibili per l'organismo sociale, garantiranno nel lungo periodo un miglioramento della situazione. Se insomma i provvedimenti proposti e approvati hanno un valore strategico e di prospettiva.

Gran parte delle realizzazioni governative rientra in queste due tipologie. La stretta fiscale rappresentata in primo luogo dall'IMU era, come è stato spiegato, un atto dovuto, perché serviva a mantenere le promesse che un altro governo aveva fatto al resto del mondo ma non si era mostrato in grado di mantenere. Se bisogna arrivare nel 2013 con una situazione contabile cristallina, fino al 2013 bisogna passare un collo di bottiglia. E in fondo, come è stato anche autorevolmente notato, di fronte a questa necessità lo strumento dell'IMU risulta anche ben congegnato: certo, sarebbe "buono" che nessuno pagasse un centesimo di tasse, ma siccome non si può, non c'è niente di strano a tassare una proprietà (altrimenti che si tassa? Ancora il lavoro?); caso mai, sarebbe il caso di rendere più semplice e conveniente la vita in affitto, rendendo la proprietà della casa un investimento comparativamente meno vantaggioso e garantendo il diritto all'abitazione senza l'impaccio della proprietà, come avviene nei paesi più moderni e ricchi che (giustamente) impongono la flessibilità lavorativa e culturale ai loro cittadini.

La riforma delle pensioni, in due parole, aumenta il numero delle persone che riceveranno lo stesso trattamento previdenziale che, quando io avevo più o meno 15 anni, è stato imposto a me, senza che io potessi votare i miei rappresentanti nella trattativa e senza che i quarantenni di allora si strappassero le vesti per solidarietà nei miei confronti. Perché dovrei provare pietà per chi comunque non sta peggio di me? Se si voleva un passo verso l'equità tra le generazioni, questo provvedimento lo è. Forse ci si può lamentare, appunto, del fatto che sia solo un passo, e che per esempio l'uguaglianza nei diritti tra me e chi è ora in pensione percependo un vitalizio che per la gran parte non ha pagato non è ancora stata stabilita.

La riforma del lavoro, pur tra mille incertezze e complicazioni, è un parziale miglioramento rispetto al sistema occupazionale bimodale per cui le tutele e le pressioni sono distribuite unicamente in base all'età, e sicuramente ha un (piccolo) valore di prospettiva, nel tentativo di riattivare gli investimenti.

C'è però un settore in cui queste regole di valutazione non sembrano reggere. Nel mondo della scuola, e soprattutto dell'istruzione superiore, non si è riusciti a superare l'atteggiamento dei precedenti governi soprattutto di centro-destra, per cui anche i provvedimenti strutturali erano in sostanza finalizzati alla riduzione delle necessità di spesa del sistema, e quindi qualunque modifica nell'assetto istituzionale non aveva alcuna prospettiva strategica di miglioramento. In fondo è questo, più ancora dei ridimensionamenti imposti dalla spending review, l'elemento che balza agli occhi ancora nelle ultime proposte.

Questa continuità, però, è tanto sorprendente quanto rischiosa, essenzialmente perché stavolta siamo di fronte a un governo in cui un buon numero degli esponenti più attivi (Fornero, Profumo, Ornaghi, Riccardi, oltre naturalmente a Monti stesso) provengono dai ruoli universitari. Da un lato, ci si aspetta che la loro conoscenza dei problemi degli atenei, e del valore dell'attività culturale universitaria per lo sviluppo di un paese che di sviluppo ha assoluto bisogno, sia migliore di quella di un'avvocatessa lombarda abilitata in una fabbrica di idonei a 2000 km da casa, dopo una tesi ritenuta scadente anche dal relatore, e invece i fatti mostrano una continuità inaspettata.

D'altro canto, l'istituzione universitaria ha per molti ministri di questo governo un valore legittimante assolutamente particolare. Se infatti i peggiori mestieranti politici degli anni passati, dalla Gelmini a Sacconi a Brunetta, potevano comunque fondare la loro permanenza in Consiglio dei ministri (almeno fino a un certo punto) su una approvazione popolare della linea politica da essi rappresentata e veicolata dal soggetto che li aveva fatti eleggere, nel caso attuale la legittimità a svolgere il ruolo di ministri in questo Esecutivo nasce spesso proprio dalla reputazione di eccellenza intellettuale e operativa acquisita (spesso giustamente) attraverso l'attività accademica.

Intendiamoci: io non contesto che in una situazione di emergenza ciò sia legittimo. Se andassimo a votare oggi, col combinato disposto della legge elettorale e dei partiti che abbiamo, il governo che uscirebbe da un parlamento votato in queste condizioni non avrebbe maggiore capacità rappresentativa di questo, quindi tanto vale tenerci ministri che quantomeno derivano la loro legittimità da altre basi. Il punto però è quanto sia inconcepibile questo disinteresse per la buona salute e l'efficienza delle strutture di formazione superiore, da parte di un governo che di esse è emanazione ed è quindi prova vivente del ruolo di guida socio-culturale che l'università dovrebbe avere in un paese sviluppato, come centro di formazione di una classe dirigente nel contempo aperta e selezionata, e come luogo di elaborazione delle più avanzate prospettive culturali e progettuali. Se questo Esecutivo non trova una soluzione accettabile per dare alla nostra formazione superiore una prospettiva di sviluppo chiara e facilmente identificabile, esso rischia di minare alla radice la fonte della sua legittimità ad esistere e ad esercitare il suo ruolo di enorme responsabilità, e certe critiche sulla sua idoneità a occuparsi delle grandi emergenze del paese diventerebbero, improvvisamente, assai meno deboli e pretestuose.

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