Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
13 Luglio Lug 2012 1720 13 luglio 2012

Cittadini non sudditi

Il contributo che segue e’ stato scritto da Davide Serafin, che ringraziamo.
Anche Davide invoca una ‘vera’ cittadinanza europea, che sarebbe possibile in un’autentica Europa politica, non in quella dominate dagli USA e dalle istituzioni finanziarie internazionali con cui facciamo i conti. Anche Davide crede nei cittadini e nelle potenzialita’ del Parlamento europeo, in difesa dei diritti sociali e di una politica non ‘schiava’ dei mercati. Ecco di seguito il suo intervento.


Giovanni Biava, Ernesto Gallo.

Cittadini, non sudditi
di Davide Serafin*

Cittadini, non sudditi scrive Robert James Smith, leader della band The Cure, sulla propria chitarra prima del concerto di Milano di sabato scorso. Robert James è un signore inglese e “spettinato” di 53 anni, repubblicano sino al midollo, convinto della possibilità che il movimentismo giovanilistico di #Occupy possa realmente essere il viatico naturale per una nuova democrazia, non più solo rappresentativa, ma anche partecipata. Certamente Robert James conosce tutti i difetti del proprio paese, della Perfida Albione, del suo egoismo nazionalistico e protezionistico che l’ha tenuta lontana dall’avventura della Moneta Unica.


La malattia che ha da sempre afflitto il Regno Unito ha reso questo paese campione della conservazione dell’identità nazionale. Se la Vecchia Europa (definizione di George W. Bush), quella dell’asse Parigi-Berlino, ha da sempre (almeno dopo il 1970, anno della morte di De Gaulle in Francia) rappresentato la volontà di rinunciare a parte della propria sovranità per poter vivere in pace in questo travagliato continente, Londra ha sempre fatto da sé tranne quando la crisi internazionale l’ha messa in ginocchio e il suo legame con Washington era venuto meno. E’ successo nel 1973 quando, dopo estenuanti trattative fra il debolissimo premier Heath (conservatore) e il presidente francese Pompidou, il Regno Unito accettò l’acquis communitaire ed entrò a far parte del mercato comune. Ma la storia dell’integrazione europea è lastricata di estenuanti trattative. Questo perché è arduo piegare il pregiudizio fra capi di governi di paesi che si sono combattuti in guerra per centinaia di anni.

Quanto accade oggi, con la crisi del debito sovrano dell’area euro, sembra una diffusione della malattia - tipica inglese - del pregiudizio e della prevalenza dell’interesse nazionale rispetto a quello europeo. Mentre il Regno Unito si è ancorato sulla sponda atlantica degli Stati Uniti, dopo i dolorosi anni delle guerre in Afghanistan e in Iraq (ah, la politica blairiana, che nostalgia delle sue fandonie sulle armi di distruzione di massa), i paesi della Vecchia Europa sono in preda al populismo e non agiscono più in senso positivo per la “sempre maggiore integrazione”.

La costruzione europea è stata mutilata quando i referendum francese e olandese nel 2005 seppellirono il Trattato per la Costituzione Europea. L’integrazione delle istituzioni europee si è fermata, l’integrazione implicita, economica, finanziaria e sociale, è andata avanti fino a schiantarsi contro il muro della fine del Turbocapitalismo e della finanza senza morale e senza regole. Dalla crisi Lehman-Brothers è stato un crescendo: l’attacco all’area euro da parte di mercati oramai impauriti e senza più un solo grammo di fiducia verso il prossimo, era scontato. Le anomalie della moneta senza Stato sono venute a galla.

Con questo sistema che non è pienamente democratico, che ha istituito la cittadinanza europea ma che fatica a trovare i cittadini, è quasi impossibile togliere il potere alla lobby della finanza. Tutto ciò che è stato deciso a Bruxelles in questi ultimi due anni, dopo l’innesco della crisi greca, va quasi sempre nella direzione di salvaguardare il sistema finanziario esistente, senza intervenire sull’operato delle banche (eccetto l’ultimo Memorandum per salvare le banche spagnole) ma invece ponendo i presupposti per lo smantellamento dello stato sociale nei paesi colpiti dalla crisi del debito. Questo è stato: in Grecia, in Portogallo, in Irlanda (e ora Spagna), i prestiti temporanei sono stati elargiti dietro compenso. Questo compenso sono le politiche restrittive, di riduzione della spesa pubblica, di riforma in senso punitivo delle legislazioni sul lavoro e sulle pensioni. Signori, questa è la stessa strategia seguita dal Fondo Monetario Internazionale. Il FMI risponde a logiche ultraliberiste dettate dagli Stati Uniti d’America, che ne è il principale azionista. E’ così che fanno: cancellano i diritti acquisiti per aprire i mercati alle loro corporations. E’ colonialismo. O imperialismo che dir si voglia. Viene da credere seriamente al fatto che il sud Europa liberalizzato sia un toccasana per le aziende tedesche ed olandesi. Un’ottima area entro la quale produrre a minor costo e rivendere - il tutto seduti comodamente al centro del mercato unico. Che ve ne pare? Con questo non si vuol negare che i bilanci pubblici dei cosiddetti PIIGS fossero alquanto malmessi. In realtà, se volete, la crisi finanziaria del dopo Lehman ha spaventato i fautori della new economy. E la crisi dell’euro è lo strumento più utile per rivedere i propri assets finanziari e trasformarli in comode attività manufatturiere “fuori porta”.

Il Trattato ESM, Meccanismo Europeo di Salvataggio, passerà al vaglio dell’Alta Corte tedesca e ciò non a causa di Angela Merkel, ma del partito confederativo di sinistra, Linke, il quale ha chiesto il giudizio di legittimità costituzionale nel dubbio che l’ESM metta a pregiudizio i soldi destinati al welfare tedesco. Quindi è vero: i cittadini europei non esistono più, sempre che siano mai esistiti. Siamo divisi in gruppi: per alcuni di essi le norme dello Stato Sociale possono essere cancellate, per altri vanno difese sino alla extrema ratio, ovvero mettere a pregiudizio l’intera costruzione europea. Questo stanno facendo in Germania.
Che senso dare allora allo slogan “Cittadini, non sudditi”? Non esiste un livello comunicativo abbastanza esteso per poterci riconoscere l’un l’altro. Le elezioni per il Parlamento dovrebbero essere il momento in cui rafforzare la coesione fra le varie etnie europee, ma non sono altro che un miserrimo teatrino per candidati nazionali trombati e giovani rampanti con il desiderio di far carriera in fretta. Non esiste un sistema partitico europeo, o per meglio dire, ne esiste un simulacro congelato agli schemi di quaranta anni fa. La diarchia fra PSE e PPE non ha più senso di esistere, a meno di costituirli come partiti europei, svincolati dalle organizzazioni nazionali. Bisognerebbe che un italiano e un tedesco possano votare per lo stesso partito, se lo desiderano. E che possano partecipare alla dinamica decisionale europea. La domanda di maggior partecipazione non è un fenomeno circoscritto al nostro paese. Durante la battaglia contro ACTA, l’Accordo Anti-Contraffazione che fu firmato a Tokyo anche dall’Italia all’inizio del 2012, è emersa forse per la prima volta una pubblica opinione europea. Una vasta platea di individui si è mobilitata affinché il Parlamento Europeo raccogliesse il proprio invito a rigettare l’accordo. Essa ha trovato modo di esplicarsi attraverso il web, principalmente, alla maniera di #Occupy, dandosi appuntamenti per manifestazioni di piazza simultanee. Dalla Polonia alla Spagna, migliaia di ragazze e ragazzi, sostenitori della libertà digitale, hanno sfilato contro ACTA. Il nostro paese è stato coinvolto molto marginalmente, e ciò la dice lunga sul nostro livello di integrazione con il resto del continente.

La battaglia contro ACTA non è stata condotta da nessun partito europeo, semplicemente perché i partiti europei non esistono. L’elemento di novità risiede appunto nel fatto che per la prima volta una battaglia politica è stata condotta - e vinta - a livello continentale fuori dei partiti. L’aggregazione del consenso è avvenuta non tramite i corpi intermedi, ma attraverso il free speech sul web. Alla fine l’evidenza di ACTA come di un accordo lesivo nei confronti della libertà di espressione è emersa anche ai parlamentari europei più riottosi. Il commissario europeo De Gucht ha dovuto ammainare la bandiera di ACTA, sconfitto da una moltitudine senza capi.


Ecco quindi i cittadini non sudditi. Non stanno ad aspettare che altri e altrove trovino le forme per la loro partecipazione. Agiscono. E’ possibile ora pensare a un movimento europeo per riaffermare il diritto al welfare? E’ posdibile creare attraverso il web una condivisione di idee circa la crisi del debito? Oppure dobbiamo credere alla favola “è colpa della Culona”?


*Davide Serafin scrive su http://yespolitical.com

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